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	<title>Taribari &#187; Faccia a faccia</title>
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	<description>Cibo, vino e tempo da perdere</description>
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		<title>Conoscere Rossetti</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2016 20:05:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>

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		<description><![CDATA[FACCIA A FACCIA CON UNO DEGLI AFFABULATORI DI VINO CHE PREFERISCO. Il mondo del vino scritto, che sia web o carta, è sempre più la quintessenza dell’autoreferenzialità. Oltre ad essere tremendamente noioso, scolastico, spesso cinico e totalmente insensibile a certe tematiche che dovrebbero essere il pane quotidiano di ristoratori, sommeliers, giornalisti e/o scrittori della materia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/12/15356786_1848118235419540_1114284295_n.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2945" title="15356786_1848118235419540_1114284295_n" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/12/15356786_1848118235419540_1114284295_n.jpg" alt="" width="270" height="362" /></a></p>
<p><strong><em>FACCIA A FACCIA CON UNO DEGLI AFFABULATORI DI VINO CHE PREFERISCO.</em></strong></p>
<p>Il mondo del vino scritto, che sia web o carta, è sempre più la quintessenza dell’autoreferenzialità. Oltre ad essere tremendamente noioso, scolastico, spesso cinico e totalmente insensibile a certe tematiche che dovrebbero essere il pane quotidiano di ristoratori, sommeliers, giornalisti e/o scrittori della materia come, ad esempio, la salute di chi il vino lo deve bere. Fa un certo effetto, e anche piacere, imbattersi in un personaggio come Gianluca Rossetti, un sommelier che ha spazi di espressione su Intravino e sul sito istituzionale dell’A.I.S. <span id="more-2944"></span> Gianluca mi ha colpito da subito per lo stile disincantato, a volte pungente, e per un’ironia che costringe il lettore avvezzo agli accademismi imperanti a porsi il problema che, alla fine della fiera, il vino è qualcosa di meno solenne e drammatico di quello che provano a farci credere. E&#8217; nato 44 anni fa in Germania da genitori meridionali emigrati . Oggi vive in Sardegna dal 1998, felicemente sposato con una sarda e  lavora per la Pubblica Amministrazione. E&#8217; sommelier A.I.S.dal 2012. Quella che segue è una nota di assaggio presa a caso fra le sue pagine:<strong><em> “No, ferma le macchine, ferma tutto. Come sempre sbaglio ma in questa edizione lo trovo di una bontà unica: appena più lieve il colore rispetto ai millesimi precedenti. Naso e papille in festa per godimento prima annunciato e poi concesso. Senza pudore, senza vergogna e, soprattutto, senza limiti. Profuma di granata, succo di ribes e mirtillo (quello che mi preparava la Frau Hoffman quando ero in Germania, un millennio fa). Gelatine ai frutti rossi, fiori di sambuco, gomma americana. Ancora tracce vinose. In bocca salta come un grillo, con una coerenza gusto-olfattiva seconda solo al piacere che dona. La corposa dotazione di durezze me lo fa amare allo spasimo. Ma non crediate che si tratti di un vino scarno o arruffato. Quanto ad attributi fa concorrenza ad alcuni rossi. E per questo evitate di servirlo freddo. Però, ribadisco, in versione 2015 lo trovo in stato di grazia: dritto, ficcante. Ergo più nelle mie corde. Considerando che per me era un rosato da favola già prima (per alcuni il migliore in Italia) immaginate cosa possa essere diventato adesso. Per festeggiare me la canto e me la suono. Al secondo bicchiere mi paio perfino ascoltabile. A voi ne serviranno un bel po&#8217; in più” .</em></strong> Ormai per me, che come lui mi diletto a descrivere i vini che amo, leggerlo è quasi un esigenza e aspetto sempre le nuove righe con una certa emozione. L’ho voluto conoscere e presentarvelo in questa  intervista che mi ha gentilmente concesso:</p>
<p><strong>Raccontaci intanto chi sei, cosa fai nella vita oltre ad occuparti di vino</strong></p>
<p>A parte il vino credo rimanga poco. Non tanto per il tempo che gli dedico, seppure da semplice appassionato, ma per lo spazio che occupa a dispetto di ogni mia resistenza. E a discapito di altri interessi che pure ritenevo irrinunciabili. Quali un sano, contemplativo, impareggiabile ozio cui in passato consacravo buona parte del mio tempo libero. Poi, sai, anche il tempo libero, le stesse frequentazioni, tendono ad adattarsi per assecondare gli stati d’animo del momento. In genere e con le dovute eccezioni, in mancanza di un richiamo enoico preferisco fare vita ritirata. Certo, se mi dici che la PFM sta organizzando un concerto nel raggio di trecento chilometri, può essere che ci vada a piedi. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p><strong>Ho notato il tuo grande interesse per la musica. Non so se hai fatto caso: Taribari ospita da anni una rubrica, Canzoni Ubriache, creata e curata dal nostro Antonio Canu che pratica l&#8217;abbinamento tra vino e musica.</strong></p>
<p>Beh, si. La musica, le chitarre, gli amplificatori a valvole. Sono una specie di catalogo scombinato di liuteria moderna. Conosco ogni minimo componente di questi arnesi e alcuni li chiamo pure per nome. Ma qui si fermano le mie competenze. Ho smesso di suonare sul serio da molti anni. I risvegli nel cuore della notte per il bisogno improvviso di mettere sulle corde un’idea, risalgono ad altre ere geologiche. Comunque tra i più bei ricordi che conservo. Oggi preferisco ascoltare. Non solo la musica ma anche la reazione alla musica. Un paio di giorni fa il mio primogenito, che ha cinque anni, ha mollato di corsa i giochi che lo tenevano impegnato non appena Thelonious Monk ha dato l’attacco di “Round about midnight”. È durato solo qualche secondo l’incanto. Ma mi è parsa l’ennesima conferma del potere evocativo, sciamanico dei suoni, della musica. Un sommovimento primordiale che solo dopo si fa cultura e arte. Insomma, rispetto al vino, la musica è l’altra metà del mio universo. Inevitabile che si intreccino le sinapsi. Un brano evoca una bottiglia e viceversa: mi capita spesso. Detto questo, visto che mi ci hai fatto pensare, andrò a rileggere tutto quanto avete pubblicato in merito su Taribari.</p>
<p><strong> Come è nata la voglia di scrivere di vino? </strong></p>
<p>Come accade con le faccende importanti, per caso. Inizialmente era il bisogno di lasciare traccia. Ho sempre avuto una pessima memoria per cui occorreva fissare le impressioni per paura che potessero svanire. Questa necessità “clinica” si è tradotta in un processo più organizzato quando ho iniziato a pubblicare sul sito AIS Sardegna e a collaborare alla redazione della Guida Vitae. Palestra importantissima: mi ha insegnato la disciplina e una certa idea di rigore, anche formale. Documentarsi, esplorare, rimanere curiosi. Questi gli imperativi. Ma, come sosteneva Miles Davis, imparate le regole, è bello anche dimenticarle: quindi ho pensato a uno spazio anarchico in rete dove, nove volte su dieci, se scrivo è per parlare di vino. E per farlo tendo a giocare con le parole. Ai limiti della forzatura, dell’eccesso anche. Per rispondere alla tua domanda: forse la passione l’ho scoperta durante il viaggio. E adesso, potendo, scriverei pure sui muri. Grazie al cielo c’è Intravino. Francamente ancora sono stordito. Ho sempre seguito il blog da appassionato. Ritrovarci il mio nome sopra è sensazione che fatico a contenere</p>
<p><strong> Pensi che il mondo della sommellerie abbia bisogno di dare segnali di cambiamento? </strong></p>
<p>Sono sommelier da pochi anni: non è agevole risponderti. Penso che finirò inevitabilmente per argomentare guardandomi l&#8217;ombelico. Ma non mi sottraggo alla domanda. Quello che apprezzo nel panorama attuale è il fermento, l&#8217;interesse che poi, volendo, si incanala nell&#8217;alveo istituzionale di questa o quella associazione e, ritengo, non per spirito di bandiera ma per il bisogno di conoscenza. Leggere e ascoltare di vitigni, terroir, metodi produttivi e tecniche di degustazione o abbinamento, credo non faccia male a nessuno. Pur nelle differenze di impostazione continua a essere un  compito importantissimo. Almeno per me lo è stato. Ha fatto da starter. La vita associativa, poi, crea  occasioni di incontro che altrimenti non ci sarebbero. E alcuni di questi incontri finiscono per segnarti davvero. Ne nascono sintonie profonde. Altro elemento che apprezzo è il dibattito interno: l&#8217;evoluzione delle regole sull&#8217;abbinamento cibo-vino, ad esempio, di fronte alle nuove sfide di preparazioni che hanno superato qualsiasi barriera e distanza. Oppure la nuova (per alcuni antica) frontiera:  quello dei vini  “naturali”. Luogo nel quale anche i parametri classici dell&#8217;esame visivo possono essere sovvertiti. Detto questo, poco mi appassiona il dibattito identitario, le polemiche sul pedigree e la presunta superiorità di un metodo su un altro. Alle volte leggo esternazioni improbabili che raffrontano grandezze poste semplicemente su piani d&#8217;interpretazione differenti. A me che il corso XY sia più rinomato all&#8217;estero perché approfondisce meglio i vini del Nuovo Mondo interessa quanto il dibattito sul sesso degli angeli. Prima di sfasciarmi le ossa sui lieu dit della Barossa Valley vorrei poter dire di sapere qualcosa sulla vigna del mio vicino. Ma non prenderla come una battuta di campanile. Davanti a un rkatsiteli georgiano allevato in anfora, potresti sentirmi ululare. È solo che, veramente, non mi interessano le baruffe. Altra notazione critica: ritengo ci vorrebbe maggiore dinamismo e attenzione verso la nuova linea del fronte, la terza dimensione. Internet, insomma. Qui mi pare che ancora ci siano margini per migliorare forma e contenuti. Sul sito Ais Sardegna con amici e colleghi stiamo lavorando tanto in questa direzione. Con esiti che lascio valutare agli altri. Ma che, ti assicuro, non sempre trovi in giro. In casi estremi, la deriva cazzeggiatoria, ammantata di understatement, azzera i contenuti. Basta un clic. E ti si apriranno gli occhi su un mondo che avresti preferito continuare ad ignorare.</p>
<p><strong> Noi di Taribari siamo dei sommelier ambientalisti e crediamo che il vino debba essere fatto dall’uva e       che il ruolo dell’enologo debba essere di “accompagnatore” degli acini dalla pianta alla bottiglia, riducendo al minimo i suoi interventi. Come ti posizioni su questo scottante argomento della chimica in vigna e delle manipolazioni in cantina?</strong></p>
<p>Domanda complessa. E la risposta non è facile. Anzitutto perché si pone al centro di un dibattito che è vivacissimo. La ragione alla base della tua riflessione, che è un manifesto, non è la mia. Ma gli esiti non sono dissimili. Intendo dire che non è stata la questione ambientale, non solo quella almeno, a farmi avvicinare a un certo modo di fare vino, figlio della poetica della cura più che del saper fare di un vigneron. Il motivo per me è più terreno: trovo che questi vini, frutto di poche, misurate attenzioni, si muovano diversamente, parlino un linguaggio differente in cui distinguo nitidamente il suono e il significato di ogni parola. Ovviamente non tutti e non sempre. Su questo tema un mio amico una volta mi disse: la via più breve in genere è la migliore se vuoi arrivare da qualche parte. I vini vitali, rispettosi della poetica della cura forse è più probabile che la percorrano. Io non so se è vero. Anche perché sono un assaggiatore seriale, come tale incapace di governare me stesso. Ma sono soprattutto un assaggiatore esordiente: la distanza tra quanto conosco e quanto vorrei sapere è troppo grande e la curiosità di proseguire nell’esplorazione mi impedisce, adesso, di pormi limiti. Ma credo che con lentezza, eppure inesorabilmente, diventerà una questione capitale sulla quale finirò per prendere posizione.</p>
<p><strong> Il tuo vino della vita?</strong></p>
<p>Il primo che ho assaggiato. Evidentemente ha segnato la strada.</p>
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		<title>Quattro chiacchiere con Mike Murphy</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2016 18:57:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Piredda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>

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		<description><![CDATA[Mike Murphy è un birraio americano fra i più noti nel panorama brassicolo mondiale, ora in forze alla &#8220;Lervig Aktiebryggeri&#8221; di Stavanger (Norvegia). La sua simpatia e la sua immensa disponibilità hanno reso possibile questa bella intervista in cui Mike si racconta dai tempi dell&#8217;homebrewing a quelli della fama internazionale, evoca i prossimi cambiamenti nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/03/mike-murphy-foto2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2875" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/03/mike-murphy-foto2.jpg" alt="" width="1024" height="575" /></a>Mike Murphy è un birraio americano fra i più noti nel panorama brassicolo mondiale, ora in forze alla &#8220;Lervig Aktiebryggeri&#8221; di Stavanger (Norvegia). La sua simpatia e la sua immensa disponibilità hanno reso possibile questa bella intervista in cui Mike si racconta dai tempi dell&#8217;homebrewing a quelli della fama internazionale, evoca i prossimi cambiamenti nel mutevole mondo delle &#8220;craft beers&#8221; e soprattutto ci regala una lucidissima fotografia circa l&#8217;attuale momento che il mercato sta attraversando anche rispetto alle parallele dinamiche industriali. Da parte mia e di tutto lo staff di Taribari va un grosso ringraziamento a Sandro Naitana per la traduzione delle esaustive risposte di Mike. Buona lettura&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2866"></span></p>
<ul>
<li><strong>Ciao Mike, prima di tutto parlerei di te e della tua storia se ti fa piacere… So che sei nato a Philadelphia. Che prospettive avevi da giovane? Pensavi già che la tua vita sarebbe stata legata in qualche modo al mondo della birra? </strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Con tutto il rispetto per la birra&#8230; (in realtà sono nato a Washington DC e cresciuto nei dintorni di Philadelphia), in gioventù non avevamo altro da bere che non fossero le lager commerciali, mio padre beveva Rolling Rock ad esempio&#8230; La mia prima birra è stata una Coors Light, ma anche quando non sapevo altro sulla birra se non il fatto che mi potevo sbronzare con essa, ogni volta che i miei amici più grandi andavano a comprarmela (avevo più o meno 16 anni) (in USA non si possono acquistare alcoolici prima dei 21 anni di età &#8211; ndt), io chiedevo sempre birre come la Coors Extra Gold perchè la roba leggera, NO, proprio no&#8230; E poi volevo sul serio produrre qualcosa con le mie mani, qualcosa che potesse servire a sbronzarmi; solo dopo qualche tempo mi son reso conto di ciò che i luppoli potevano rappresentare per una birra, e questo accadeva nel lontano 1991.</em></p>
<ul>
<li><strong>Restando agli U.S.A., che momento è per il movimento birraio statunitense? Come lo vedi dall’esterno ora che vivi in Europa?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Quando inizialmente mi trasferii in Italia nel 1999, mi resi conto che Regno Unito, Belgio e Germania sono completamente immerse nella cultura birraria e per me questo è stato come aprire gli occhi: in quel momento quelle birre per me erano le birre artigianali: Real Ales, trappiste belghe e rauchbier, per nominarne alcune&#8230; ma nel 2001 iniziavo a sentire la mancanza dei luppoli. Quando arrivai in Europa, il mercato della birra artigianale negli USA aveva appena iniziato ad imitare la tradizione europea e nel contempo ad esagerare con le luppolature nelle IPA. Io credo che quello fosse solo l&#8217;inizio. Siamo passati dagli 800 ai 4000  birrifici artigianali, dall&#8217;1% al 15% di fetta di mercato&#8230; è un&#8217;industria da 30 miliardi di dollari lì. L&#8217;Europa sta rincorrendo velocemente, ma riusciranno i più grossi marchi craft USA a raggiungere una posizione di vantaggio rispetto agli omologhi europei prima che il mercato del vecchio continente raggiunga il livello americano? Vedo in Europa molto interesse verso i grossi nomi della birra artigianale USA (principalmente perchè sono quelli più attesi, e da lungo tempo, dai beer nerds) e penso che averli sia una grande cosa, ma cerchiamo di rimanere concentrati su ciò che la birra artigianale dovrebbe essere riguardo chi la consuma, i mercati locali e la freschezza. Sta succedendo in UK, ad esempio&#8230; il mercato della birra artigianale sta esplodendo come in nessun&#8217;altra nazione europea adesso. Non vedo l&#8217;ora accada anche in Germania. Ma io sono sempre stato nel lato pionieristico della birra artigianale. Ora la Germania è così agli albori di questo movimento, che trovo la situazione estremamente avvincente. L&#8217;Italia si è spinta molto oltre da quando ero lì e facevo birra, è cambiata completamente la cultura: birra&#8230; a chi piaceva la birra vent&#8217;anni fa ? Andava bene con la pizza e tutto finiva lì. Guarda adesso!</em></p>
<ul>
<li><strong>Cosa mi dici dell’Italia? Per quanto tempo hai vissuto nel nostro paese?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Mi sono trasferito lì alla fine del 1999, poi mi son spostato in Danimarca nel 2005. In quel periodo ho apprezzato davvero le mie esperienze italiane. Tutto: la gente, il territorio, il mare ed il cibo. La scena birraria era ed è tuttora composta da grandi persone. Amici e birrai. Abbiamo lottato tutti per far sì che la birra venisse presa più seriamente, credo quello sia stato un punto di svolta nella mia vita. Spero un giorno di ritornare a vivere in Italia.</em></p>
<ul>
<li><strong>Cosa hai avuto dall’Italia a livello umano e professionale?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Quando stavo negli USA ero solo un birraio casalingo, decisi di brassare una Pale Ale perchè mi piacevano tanto ed erano impossibili da trovare: negli USA c&#8217;erano solo IPA o Pilsner. Doveva funzionare&#8230; ma per me, forse ero troppo in anticipo o magari non avevo un modello di business adeguato. Sarebbe divertente scoprire che cosa sarebbe accaduto se solo fossi riuscito a rimanere uno o due anni in più a Roma, prima di mollare e trasferirmi in Danimarca. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dal punto di vista umano, beh, ho imparato molto su me stesso e sugli altri, non avevo mai avuto così tanto affetto e amici come in Italia, e anche dopo l&#8217;esperienza italiana, mi manca sempre il livello di amicizia e i bei tempi che ho passato lì. L&#8217;Italia è davvero un grande paese in questo senso. Le amicizie che ho da 15 anni lì, sono amicizie che dureranno una vita.</em></p>
<ul>
<li><strong>Come è nata la tua avventura nella Lervig Aktiebryggeri? Come diavolo sei finito in Norvegia???</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Come ho detto, ho vissuto in Danimarca per 5 anni, il birrificio per il quale lavoravo allora fu acquisito da un grosso gruppo industriale birrario e io non mi divertivo più lì, ma mi piace vivere in Scandinavia. Ha i suoi vantaggi. Ho cercato di dare una svolta alla mia carriera, ma in Danimarca non c&#8217;era molto all&#8217;orizzonte. Mi piace andare in posti nei quali divento un catalizzatore (&#8220;fattore influenzante&#8221;), non ho mai voluto lavorare per un birrificio e seguire le ricette altrui&#8230; non è per questo che sono diventato un birraio. Ho trovato un grosso potenziale nell&#8217;impianto di Lervig, non avevo mai sentito il nome prima, ma sapevo che se fossi riuscito a sfruttare la capacità di quell&#8217;impianto, potenzialmente avrei potuto fare grandi cose.</em></p>
<ul>
<li><strong>Descrivimi in breve la realtà in cui vivi adesso, quella norvegese. Come ti trovi con la mentalità locale? E’ stato difficile per te adattarti alla loro cultura, al loro cibo, al loro clima?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Adesso vivo a Stavanger, Norvegia, non ho nessun problema ad adattarmi, sono bravo in questo&#8230; ma dopo aver vissuto negli Stati Uniti ed in Italia, è molto difficile accettare la cultura gastronomica qui (Norvegia). C&#8217;è molta strada da fare prima che raggiunga un livello accettabile a livello mondiale&#8230; i supermercati sono, per dirla con un eufemismo, deprimenti. Il clima è freddo, lunghi inverni bui, ma riesco a sopportarli meglio del caldo, quindi non è un problema. Qui si dice che non esiste il cattivo tempo, esiste solo il cattivo abbigliamento.</em></p>
<ul>
<li><strong>La comunità di Stavanger come vive il successo di Lervig? In maniera distaccata o al contrario lo ritiene un piccolo orgoglio cittadino?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Stavanger non è molto diversa dal resto del mondo, chi ci vive è orgoglioso di Lervig, ma come marchio ci manca il pieno supporto che ci servirebbe per salire di livello. Non darei la colpa ai consumatori quanto agli interessi economici che stanno dietro di loro (supermarket, bar, hotel etc.). In Norvegia c&#8217;è il pallino dei monopoli, si pensa ancora che avere un unico attore in ciascuna industria sia una gran cosa. Ma i tempi stanno cambiando. La birra qui potrebbe essere la prova del nove per il cambiamento della cultura gastronomica che spiana sempre la strada ai cambiamenti culturali e sociali.</em></p>
<ul>
<li><strong>Sei considerato nel panorama birraio uno dei più importanti birrai al mondo. Secondo il tuo parere in un mercato globalizzato in cui tutti i birrai possono usufruire di qualsiasi tipo di materie prime, cosa fa davvero la differenza fra un buon birraio e un fuoriclasse?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Innanzi tutto grazie per il complimento, io non penso mai a me stesso in questi termini, è solo che faccio questo lavoro da ormai tanto tempo. Ho incontrato diversi giovani birrai con parecchio talento e capacità. Credo che il fatto che io non abbia mai mollato, e che faccio tutto questo da molto tempo prima che fosse &#8220;figo&#8221; farlo, mi dia una sorta di status. E&#8217; qualcosa che apprezzo. Quindi grazie. Sui riconoscimenti globali: come ogni altro marchio, sono tanti i fattori che portano al successo. Purtroppo non è tutto legato solo alla qualità. Il segreto è riuscire a portare il tuo marchio al TOMA (Top Of the Mind Awareness &#8211; top della consapevolezza mentale), quindi tempismo, logistica, storia precedente, hype e le persone che ti rappresentano sono tutti ugualmente importanti per arrivarci. E sì, fare una birra con grandi materie prime o con qualcosa di particolare che attiri l&#8217;attenzione è sempre utile, ma normalmente è l&#8217;intero progetto che ti fa arrivare alla notorietà mondiale.</em></p>
<ul>
<li><strong>Come vedi cambiato il mercato della birra negli ultimi 10-15 anni?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Mi piace questa domanda: per i primi dieci anni della mia carriera ho sempre pensato nel breve periodo, mi ero abituato alla lotta per portare la birra artigianale europea al livello di ciò che è adesso. E sta funzionando.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Se vuoi guardare nella sfera di cristallo ti basta osservare l&#8217;evoluzione avvenuta negli USA negli ultimi 20 anni. Lo stesso succederà qui. Secondo me nel 2020-2025 la fetta di marcato globale della birra artigianale sarà tra il 30% ed il 50%, abbiamo un&#8217;intera nuova generazione di persone che sta crescendo con tutto ciò e che non conoscerà altro. Naturalmente si vedranno le grosse multinazionali acquistare, e persino brassare &#8220;birra artigianale&#8221;, ma chiaramente non sarà vera birra artigianale, perchè non è una questione di distribuzione, sono le persone dietro la birra ad essere importanti. Ormai la scatola è stata aperta e non c&#8217;è più modo di rientrarvi dentro. Una delle ragioni che mi hanno portato a Lervig è proprio la possibilità di poter scalare/ampliare, e poi abbiamo l&#8217;acqua più buona del mondo!</em></p>
<ul>
<li><strong>Ultimamente ha fatto molto discutere l’accanimento di alcune multinazionali della birra nei confronti di alcuni piccoli birrifici. Qui in Sardegna abbiamo vissuto la denuncia di Birra Moretti nei confronti del Birrificio Lara per aver chiamato “Moretta” una birra della sua gamma. Credi che il mondo industriale e quello delle “craft beers” non si ignorino più come un tempo e che stiamo cominciando a pestare i piedi a qualcuno?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Naturalmente ci stanno osservando, non è stata proprio Moretti a fare una IPA ? (secondo me si confonde con Poretti &#8211; ndt) All&#8217;inizio ci hanno sbeffeggiato, poi ci hanno ignorato, poi è arrivato anche il bullismo, e adesso vogliono essere come noi&#8230; non è ironico ?</em></p>
<ul>
<li><strong>Personalmente sono rimasto molto colpito dalla crescita qualitativa del mercato scandinavo negli ultimi anni. Pensi di poterti prendere almeno una parte dei meriti di questa crescita?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Posso dirti senza dubbio che ero qui e che ho brassato una buona parte di questa birra, ma prendermi i meriti no, quelli vanno divisi tra i consumatori e i più di 400 birrai artigianali scandinavi là fuori. Avendo prodotto birra con molti nomi riconosciuti (Mikkeller) posso anche dire che ci sono tanti grandi birrai qui e tante persone capaci che capiscono ciò di cui il mercato ha bisogno per crescere e crescere&#8230;</em></p>
<ul>
<li><strong>Il Nord Europa soffre di una tassazione pesante sugli alcolici. So che in Svezia il problema è molto grosso. Come è possibile riuscire nelle esportazioni a vendere la birra a un prezzo comunque competitivo?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Non è un problema, la tassa sull&#8217;alcool pesa solo sulla birra venduta nel nostro paese, in Norvegia è persino più alta di quella svedese: paghiamo circa €5 al litro per una birra da 5% ABV. La stessa cifra che i tedeschi pagano per ettolitro. Abbiamo qualche svantaggio qui, poichè la Norvegia non fa parte dell&#8217;EU dobbiamo importare ogni cosa e abbiamo un costo della vita molto alto che è causa di costi di produzione più elevati&#8230; ma riesco a vendere la birra in Italia e l&#8217;accisa viene pagata nel momento in cui viene importata, con l&#8217;IVA ovviamente.</em></p>
<ul>
<li><strong>Ho potuto notare la tua naturale predisposizione alla “collaboration brew”. Pensi che l’elaborazione di ricette condivise con altri birrai sia qualcosa che serva più a far conoscere il birrificio in altri mercati a cui non è ancora arrivato, oppure è solo voglia di condividere con i colleghi l’arte del fare birra?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>La &#8220;Collaboration brew&#8221; è tutto ciò che hai detto e anche di più. Faccio birra con i birrai che apprezzo dal punto di vista umano oppure qualche volta li voglio incontrare dopo esser rimasto colpito dalle loro birre. Condividere l&#8217;impianto è il mio modo di aiutarli, così come condividere i nostri mercati, in ogni caso di solito ci si sta aiutando a vicenda. Il più delle volte è solo divertimento e una grande opportunità di incontrarsi, fare birra, mangiare qualcosa e conoscersi. E&#8217; ciò che amo di più di questo lavoro.</em></p>
<ul>
<li><strong>Stando in Europa cosa ti manca di più degli U.S.A. a parte la famiglia?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Pescare con i miei amici a Cape May ogni fine settimana. E naturalmente la convenienza di vivere negli USA. Meno tasse e tempo migliore&#8230;</em></p>
<ul>
<li><strong>Qual è fra le birre Lervig quella a cui sei più affezionato?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Lucky Jack, quella è la birra che vorrei bere tutti i giorni. Ma la birra che ho fatto con Magic Rock (Farmhouse IPA) è da sempre la mia preferita.</em></p>
<ul>
<li><strong>Di recente si è parlato tanto della tua ultima collaboration brew “Big Ass Money”. Puoi anticiparci qualche altra imminente novità?</strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Quella ha avuto un bel po&#8217; di risonanza. Sto pensando di farne un&#8217;altra ancora più &#8220;big ass&#8221; (letteralmente &#8220;grande culo&#8221;, ma in slang vuol dire &#8220;bello grosso&#8221;), ma sì, vogliamo fare birre grosse e attirare l&#8217;attenzione&#8230; è la mia strategia.</em></p>
<p><strong>Grazie di cuore Mike, buon lavoro</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Grazie a voi!</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>TATIANA E CARLO: BAHIA-ANGLONA SOLO ANDATA</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2016 21:36:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>

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		<description><![CDATA[FACCIA A FACCIA CON LA COPPIA &#8220;METICCIA&#8221; DEL VINO SARDO. CARLO E TATIANA DI DEPERU&#38;HOLLER DI PERFUGAS-BORTIGIADAS http://www.deperuholler.com/ Giornate che rimangono nella memoria. Tornare a casa con la certezza di avere trovato degli amici in persone che non avevi mai visto fino ad’oggi e il pur ottimo vino, motivo primario della gita, passare in secondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/02/WP_20160219_12_43_05_Pro.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2816" title="WP_20160219_12_43_05_Pro" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/02/WP_20160219_12_43_05_Pro.jpg" alt="" width="450" height="443" /></a></p>
<p><strong>FACCIA A FACCIA CON LA COPPIA &#8220;METICCIA&#8221; DEL VINO SARDO. CARLO E TATIANA DI DEPERU&amp;HOLLER DI PERFUGAS-BORTIGIADAS</strong></p>
<p><strong>http://www.deperuholler.com/</strong></p>
<p>Giornate che rimangono nella memoria. Tornare a casa con la certezza di avere trovato degli amici in persone che non avevi mai visto fino ad’oggi e il pur ottimo vino, motivo primario della gita, passare in secondo piano.  La vera ubriacatura era data dalla vista della vigna rasata a prato,  da un gruppo di mucche che si aggiravano per i filari come in trance, da cielo azzurro che si tuffava tra i monti di Bortigiadas e il lago Coghinas, dalla brezza fredda che arrivava dal mare non troppo lontano.<span id="more-2814"></span> E la fiera semplicità di Tatiana Holler e Carlo Deperu con i quali abbiamo condiviso uno squisito pranzo sardo-bahiano nella loro casa di Perfugas e chiacchiere fitte e incrociate fino al tardo pomeriggio. E i loro vini, sorprese nella sorpresa: bottiglie impregnate di quel territorio così gonfio di bellezza. Il Vermentino Prama Dorada è un campione di tipicità gallurese con tutto l&#8217;armamentario di un  vermentino di cinquant&#8217;anni fa: profumi discreti e senza forzature, corpo e struttura con tutti gli elementi già in buon equilibrio e un&#8217;evoluzione ancora tutta da sviluppare nei prossimi anni. E i rossi pieni di carattere ed eleganza non facili da ottenere in questa parte di Sardegna. Su tutti Oberanìa del quale abbiamo avuto il privilegio di assaggiare la prima annata 2006, scoprendo un rosso di statura internazionale. Quella che segue è la conversazione-intervista a Tatiana e Carlo che si sono raccontati per noi.</p>
<p><strong>Come sei arrivata in Italia?</strong></p>
<p>Sono nata il 29 agosto 1975 a Sao Paulo- Brasil-  a 5 anni sono andata a vivere in Salvador e a 21 sono tornata a Sao Paulo per fare l&#8217;università di Comunicazione e Marketing. Una volta finita l&#8217;università ho deciso di fare una specie di anno sabbatico, non conoscevo l&#8217;Europa ma la sognavo da sempre. Anche mia sorella Juli si era laureata e insieme siamo partite l&#8217;11 maggio 2000 per conoscere il vecchio mondo.</p>
<p>Abbiamo girato le grandi capitali e alcuni angoli perduti con un zainone, dormendo negli ostelli, &#8220;mangiando&#8221; vino, formaggio e pane nelle rive dei fiumi.</p>
<p>In Italia il primo porto è stato Firenze, ci siamo scritte in un corso di lingua e cultura italiana di un mese circa,  pieno di americani che erano li da 6 mesi e non parlavano una parola. Con uno scarso italiano ma tanta voglia di metterci in gioco abbiamo lavorato come cameriere per finanziare altri giri.</p>
<p>Dopo l&#8217;estate l&#8217;intenzione era di studiare e ci siamo trasferite a Milano. Ho iniziato un corso di storia dell&#8217;arte e &#8220;camerieravo&#8221;, mia sorella si è inscritta in moda e &#8220;camerierava&#8221;. Nulla togliendo alla professione di cameriere non era per quello che ero venuta, una volta che mi sono sentita più sicura con l&#8217;italiano ho deciso di portare il mio curriculum alle case di produzioni per cercare di continuare a fare il mio lavoro di montatrice. A gennaio ho cominciato uno stage nella BRW&amp;partners, una delle più grandi di Italia e dopo qualche mese ero già effettiva. Lì ho fatto tanti cari amici, due di queste abitavano in una specie di casa dello studente dove poi ho conosciuto Carlo che faceva la cena.</p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/02/WP_20160219_12_15_11_Pro.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2817" title="WP_20160219_12_15_11_Pro" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/02/WP_20160219_12_15_11_Pro.jpg" alt="" width="452" height="339" /></a></p>
<p><strong>Come hai conosciuto Carlo Deperu ?</strong></p>
<p><strong>Le mie amiche hanno iniziato a pubblicizzarlo, di</strong>cevano era bravo, bello ma quando cominciava a parlare di sacrificare maialetti le signorine scappavano.</p>
<p>Lui preparava cene semplici e buone, mangiavamo tra amici che erano diventati famiglia. Il tavolo apparecchiato, pane, formaggio, vino e principalmente le persone intorno mi hanno ridato una casa, un nuovo luogo mio. Cosi ho conosciuto Carlo che raccontava della sua terra, con passione e saudade. Per la prima volta non ero stravolta di un colpo di fulmine, ma da un sentimento che cresceva mentre lo conoscevo. Vero e spontaneo. E sono contenta che sia ancora così.</p>
<p><strong>Cosa ti manca del Brasile?</strong></p>
<p>Ahhhh. La mia famiglia e amici. La leggerezza. Ci sono meno tabù, più positività. Si sorride di più.</p>
<p><strong>E invece cosa ti sta dando la Sardegna?</strong></p>
<p>La mia famiglia, la terra per le mie radici, la natura.</p>
<p>Non è stato calcolato, ma oggi dove mi trovo posso fare quello che credo e sono consapevole che è un privilegio di pochi. Per questo sono molto grata a Dio e non posso fare a meno di cercare di comportarmi bene.</p>
<p>Credo dal fondo del cuore che i cambiamenti veri vengono dal basso e che per andare avanti è necessario fare alcuni passi indietro. Tornare a dare valore al semplice e all’ essenziale. Rispettare ed aiutare il prossimo, rispettare e coltivare la terra, mangiare sano, bere sano, ridere, crescere i miei figli. Per me è cosi ovvio, magari lo è anche per te.</p>
<p>Uscire da Salvador, Sao Paulo, Milano e venire a Perfugas è stato un grosso cambiamento. Qui tutti sanno chi sei, ti mettono una targhetta, ci è voluto tempo per fregarmene. Ma ho guadagnato un orizzonte che non avevo prima.</p>
<p>Chi ci guarda da fuori vede una bella famigliola con la vigna vista lago e non immagina tutto il lavoro e i rischi che affrontiamo. Ma forse è meglio così, far sognare agli altri&#8230; La  vita di ognuno è piena di alti e bassi. Stiamo cercando di salire come in bicicletta, piano piano per poi fermarci in cima alla collina e guardare il panorama.</p>
<p><strong>Come è nata la vostra azienda e quanto ci hai messo ad appassionarsi al vino?</strong></p>
<p><strong> </strong>La azienda è nata dalla passione di Carlo per il vino e il cibo e del suo bisogno viscerale di tornare in Sardegna.</p>
<p>Lui faceva musicologia nell&#8217;università di Milano e lavorava in una sala prova. Mancavano pochi esami e la tese per laurearsi e ha molato questa strada. La verità è che adorava suonare la batteria godersi la musica, ma non poteva immaginarsi una carriera come insegnante. Stava capendo che neanche come musicista avrebbe avuto un lavoro, aveva visto tanti esempi falliti dove lavorava.</p>
<p>Quando si sono aperte le iscrizione per la Facoltà di Agraria con specializzazione in Viticoltura ed enologia è entrato in crisi forte e come un salto nel buio si è iscritto. Non è stato facile per lui dire alla famiglia che mollava l&#8217;università dopo 4 anni&#8230;. ma lo hanno appoggiato (e lo fanno ancora),  in meno di 5 anni si è laureato con nostro figlio Francisco di un mese in braccio.</p>
<p>Come donne di altri tempi l&#8217;ho seguito. Il mondo della pubblicità mi stava consumando con i suoi falsi bisogni e la prepotenza di chi ha i soldi e il potere .Dovevo e potevo provare a cambiare un&#8217;altra volta.</p>
<p>Il vino con me c&#8217;è sempre stato, ma oggi lo vedo di una maniera più complessa e anche romantica. Le viti si allevano come un figlio, un animale. Non è come coltivare le patate o  i pomodori. Trovo questa dimensione bellissima e sopratutto vera, lavoro spesso con Carlo in vigna, vedere le viti che crescono mentre  ce ne prendiamo cura è una soddisfazione ed ogni sorso del nostro vino mi da qualcosa in più.</p>
<p>Con il marito viticoltore non potevo fare a meno di iniziarmi nella cultura del vino, imparare ad apprezzare e conoscere le differenze. Sto facendo il terzo livello del&#8217;AIS, adoro le lezioni, imparo tanto, ma tutto questo &#8220;giudicare senza giudicare&#8221; e mettere regole a una cosa che per me è un piacere mi scoccia un po. Ho paura di non diventare mai una brava sommelier. Staremmo a vedere.</p>
<p>Continuo l’intervista con l’altro padrone di casa Carlo Deperu, appassionato vignaiolo, classe 1978 e segno dei Pesci.</p>
<p><strong>Carlo, che rapporto avete con la chimica in vigna? Quanto è importante per voi il rispetto dell&#8217;ambiente?</strong></p>
<p><strong> </strong>Consideriamo la nostra vigna come un figlio e per intenderci, facendo un paragone, non pretendiamo iper prestazioni bombardandolo di ormoni e farmaci, vogliamo che viva bene e a lungo. Il rispetto per le piante e per l&#8217;ambiente è fondamentale.</p>
<p>Viviamo la vigna, tocchiamo e respiriamo la stessa aria, sarebbe veramente stupido per una azienda artigianale come la nostra  &#8220;salvare&#8221; la pianta per ammalarci noi. Per noi il guadagno inteso come reddito è solo una conseguenza legata a una filosofia rispettosa della vita.</p>
<p>Le tecniche colturali adottate per le concimazioni autunnali e primaverili sono: l&#8217;uso del letame di mucca pellettato e ad anni alterni si pratica la tecnica dell&#8217;inerbimento temporaneo e del sovescio piantando  varie essenze: favino, trifoglio, fave, piselli ecc. Per quanto riguarda i diserbo interfilare abbiamo la fortuna di avere un vicino di terreno con delle mucche vecchie e mansuete che oltre a concimare mangiano l&#8217;erba senza toccare la pianta. Per la pulizia tra le piante utilizziamo un piccolo scalzatore interceppo e le rifiniture le facciamo con la zappa.</p>
<p>Trattamenti fitosanitari antifungini usiamo solo la poltiglia bordolese con trattamenti mirati. In base alle annate possono cambiare il numero ma ad oggi non abbiamo mai superato i 4 trattamenti annuali.</p>
<p><strong>Fate molti interventi in cantina?</strong></p>
<p>Le vinificazioni in rosso nell&#8217;annata 2015 sono state condotte con lieviti indigeni e l&#8217;uso di pochi grammi di solforosa per quintale  ottenendo ottimi risultati sotto il profilo organolettico. Per quanto riguarda i bianchi il lavoro di riproduzione cellulare è risultato più complesso, è stato fatto un piede di innesto allevando una piccola quantità di lieviti selezionati dalle uve del vermentino, e grazie all&#8217;uso delle temperature controllate e del metabisolfito di potassio siamo riusciti ad avere dei risultati veramente interessanti.  Per l&#8217;affinamento curiamo molto la stabilizzazione biologica con la tecnica del battonage, filtrazioni larghe pre imbottigliamento, affinamento in bottiglia e il gioco è fatto.</p>
<p><strong>Progetti ?</strong></p>
<p>Soltanto nel 2015 abbiamo concluso la costruzione della nostra cantina e l&#8217;annata 2015 è la prima in casa nostra, è stata dura e lunga ma ci siamo riusciti, adesso vogliamo incrementare la  produzione, anche per giustificare gli investimenti fatti, ma l&#8217;intenzione è non superare 30.000 bottiglie per continuare ad essere in grado di gestire tutto artigianalmente.</p>
<p>Abbiamo un progetto che che è in fase di sviluppo:  la costruzione di una piccola &#8220;pousada&#8221; (B&amp;B) con due camere e una sala degustazione/ristorante.</p>
<p>Con la conclusione delle strutture cercheremmo di mettere in piedi tanti sogni. L&#8217;estate scorsa abbiamo iniziato a ricevere dei visitatori e a fare degustazioni in vigna e ci ha dato tante soddisfazioni, abbiamo apparecchiato sotto una quercia bellissima e cercavamo di far star bene la gente, è stata una fonte di reddito e di pubblicità importante.  Vogliamo che tutto sia ancora più bello e accogliente, portare la musica in vigna con piccoli concerti, corsi brevi di cucina, di potatura e allevamento per ragazzi&#8230;.</p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/02/WP_20160210_19_34_54_Pro.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2818" title="WP_20160210_19_34_54_Pro" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/02/WP_20160210_19_34_54_Pro.jpg" alt="" width="168" height="377" /></a></p>
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		<title>Claudia : matite, vino e cuore.</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Aug 2015 10:39:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[STORIA &#8211; INTERVISTA CON L&#8217;ARTISTA CHE DISEGNA COL VINO. Ho conosciuto Claudia Piras per un curioso intreccio di casualità il cui punto di partenza è stato sua sorella Roberta,  mia amica e compagna di lavoro nelle cucine del Bue Marino a Cala Gonone.  Fu proprio Roberta a parlarmi del talento di questa giovane artista dorgalese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/08/WP_20150811_13_24_04_Pro1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2661" title="WP_20150811_13_24_04_Pro" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/08/WP_20150811_13_24_04_Pro1.jpg" alt="" width="457" height="355" /></a></p>
<p><strong>STORIA &#8211; INTERVISTA CON L&#8217;ARTISTA CHE DISEGNA COL VINO.</strong></p>
<p>Ho conosciuto Claudia Piras per un curioso intreccio di casualità il cui punto di partenza è stato sua sorella Roberta,  mia amica e compagna di lavoro nelle cucine del Bue Marino a Cala Gonone.  Fu proprio Roberta a parlarmi del talento di questa giovane artista dorgalese e della sua originale tecnica che prevede l’utilizzo di puro Cannonau barbaricino come base di sviluppo dei suoi disegni.  Claudia distribuisce il vino sul foglio di lavoro dove ha precedentemente elaborato la traccia e, dopo aver fatto asciugare, rifinisce e dà corpo e profondità ai racconti che le sue mani danno alla luce, ottenendo dei suggestivi effetti vintage.<span id="more-2659"></span> Il giorno del mio cinquantaseiesimo compleanno ricevetti, come prezioso regalo di Roberta, la trasformazione in fumetto di un mio vecchio racconto ambientato in un qualsiasi paese dell’interno della nostra isola. Non sto a raccontarvi l’emozione nel veder rappresentata graficamente una mia storia alla quale, per quanto tragica, sono sempre stato molto affezionato. E da allora l’incontro, le chiacchiere e la scoperta di questa giovane donna, della sua arte e del suo modo di essere.  Claudia è luce allo stato puro: ogni sua movenza, ogni parola, ogni movimento percettibile dello sguardo trasmette grande energia e positività.  Ventotto anni, cuspide Capricorno-Acquario, si diploma nel 2011 all’ Accademia delle Belle Arti di Urbino e nella stessa Urbino conclude il biennio di perfezionamento in disegno animato e fumetto presso la Scuola del Libro. Da allora una sfilza di partecipazioni, alcune di lusso, ad eventi e concorsi alcuni dei quali vinti o finiti con importanti riconoscimenti. Ecco la sintesi di una piacevolissima conversazione a Cala Gonone mentre fuori un nubifragio estivo ci faceva da colonna sonora.</p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/08/WP_20150808_18_48_02_Pro.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2662" title="WP_20150808_18_48_02_Pro" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/08/WP_20150808_18_48_02_Pro.jpg" alt="" width="268" height="476" /></a></p>
<p><strong>Claudia, è  difficile fare arte oggi in Sardegna?</strong></p>
<p>No. anzi è un ambiente ricco di proposte, stimolante, dove trovare la giusta concentrazione e calma per riflettere e produrre. Difficile è vivere con l&#8217;arte. Cerco di impegnarmi perciò in diverse direzioni, sempre legate dalla stessa passione per il disegno. Non lavoro mai a un solo progetto per volta, e questo mi aiuta a trovare nuove idee. Non posso dire che mi annoio!  Devo ringraziare la mia famiglia perchè mi sostiene permettendomi di andare a vanti nei miei progetti e anche rischiare mentre cerco la mia indipendenza lavorando con la creatività.</p>
<p><strong>Quanto è importante Dorgali e la Barbagia nella tua formazione ?</strong></p>
<p>Sono molto importanti: qui ho le mie radici. Radici coperte di terra: sono curiosa di riscoprire il passato della mio ambiente circostante e soprattuto di chi l&#8217;ha vissuto. Sono la linfa dei miei racconti!</p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/08/WP_20150808_18_50_48_Pro1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2665" title="WP_20150808_18_50_48_Pro" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/08/WP_20150808_18_50_48_Pro1.jpg" alt="" width="203" height="346" /></a></p>
<p><strong>Sei una che sta tenendo duro e non sta scappando  dalla Sardegna!  E&#8217;  stata una scelta obbligata o sei davvero convinta, come lo sono io, che la nostra terra la possiamo far rinascere solo noi sardi mettendo a disposizione sul posto energie, intelligenze e culture?</strong></p>
<p>Non è una scelta obbligata, anzi! Forse sarebbe più facile andare via, ma non credo affatto che potrei vivere più serenamente altrove. Sono d&#8217;accordo con te. Trovo che noi sardi siamo davvero un popolo estroso e propositivo, con una tradizione ricca e una natura spettacolare da difendere e da raccontare!</p>
<p><strong>Sei molto poliedrica e vedo che ami esplorare diversi territori dell&#8217;arte.  In quale forma pensi di esprimerti al meglio e dare il massimo della tua creatività?</strong></p>
<p>Mi piace disegnare..non posso farne a meno. Mi piace fare fumetti, giocare a incastrare immagini e parole, a dare ritmo e tempo allo spazio della pagina. Ma sento il bisogno di condividere la mia passione e contagiarla. Mi trovo a mio agio con i bambini e  mi piacerebbe moltissimo riuscire a coinvolgere anche i ragazzi e gli adulti per trovare assieme nuove idee con il cinema d&#8217;animazione, il fumetto e l&#8217;illustrazione. Si potrebbero fare cose grandiose! E mi piacciono le sfide: cerco di non ripetermi e di accettare incarichi inaspettati!</p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/08/WP_20150811_12_44_54_Pro1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2667" title="WP_20150811_12_44_54_Pro" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/08/WP_20150811_12_44_54_Pro1.jpg" alt="" width="456" height="400" /></a></p>
<p><strong>Futuro?</strong></p>
<p>Dopo il libro  &#8221;Sa Mama &#8216;e sole&#8221;  vorrei illustrane un secondo su &#8220;Pettenedda&#8221;,  vorrei fare laboratorio di cinema d&#8217;animazione con i ragazzi del liceo.. e prendere la patente!</p>
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		<title>MARRERI 2013 E LA BARBAGIA SENZA COMPROMESSI</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 17:58:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[APPUNTI DI DEGUSTAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>

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		<description><![CDATA[INCONTRO CON ALESSANDRO &#8220;EDWARD TEACH&#8221; MONNI E IL SUO MARRERI 2013 Si, si, si!  In Sardegna si muove qualcosa di  serio. Ci sono giovani vignaioli che vogliono cambiare registro, che vogliono rischiare, che vogliono fare vini veri! Conoscevo virtualmente Alessandro Monni, alias Edward Teach, da cinque/sei anni fino a qualche sera fa. L’incontro nella terrazza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/06/DSC_0252.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2651" title="DSC_0252" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/06/DSC_0252.jpg" alt="" width="452" height="278" /></a></p>
<p><strong><em>INCONTRO CON ALESSANDRO &#8220;EDWARD TEACH&#8221; MONNI E IL SUO MARRERI 2013</em></strong></p>
<p>Si, si, si!  In Sardegna si muove qualcosa di  serio. Ci sono giovani vignaioli che vogliono cambiare registro, che vogliono rischiare, che vogliono fare vini veri! Conoscevo virtualmente Alessandro Monni, alias Edward Teach, da cinque/sei anni fino a qualche sera fa. L’incontro nella terrazza dell’Hotel Bue Marino per assaggiare il suo “Marreri” 2013,  vino che Alessandro ha voluto dichiarare “rozzo” persino nella retroetichetta. Si avete capito bene! Ha scritto, fra le altre cose, vino rozzo.<span id="more-2650"></span> Niente di più falso: se c’è una caratteristica che predomina in questo cannonau (al 90%, il resto uve rosse presenti da sempre in quella vigna) è un’eleganza antica da vecchio stazzo pulito e pieno di odori di campagna, con tendìne di lino ricamate dalla padrona di casa e un pergolato sul patio. Nuoro non è città dalla grande estensione vitata e le vigne di Agrilogica, nome della cooperativa di Monni e soci, sono le meglio esposte di tutto il territorio: due ettari e mezzo di viti di dieci anni allevate a guyot nell’ottica dell’agricoltura integrata;  appena vendemmiate  le uve vengono trasportate nella cantina di Orune per la lavorazione. Dieci giorni sulle bucce senza filtrazione ma semplice illimpidimento per decantazione.  Trattamenti in vigna ridotti meno che all’osso e pratiche di cantina al limite dell’artigianale. Alessandro è un personaggio particolare, lunga barba folta e sguardo profondo con un look da vero contadino. In cinque anni di frequentazione in rete non mi aveva mai detto di essere laureato in enologia.  Colto e molto preparato sull’argomento, insegue il sogno di arrivare a produrre un vino completamente sano, pulito e fuori da ogni schema ed etichetta.  Con Marreri mi sento di poter dire che ha trovato la strada giusta.</p>
<p><strong><em>MARRERI 2013 – Provincia di Nuoro igt – Società Cooperativa Agricola Agrilogica, Orune.</em></strong></p>
<p>Colore rosso marasca vivo, lucido e denso.  Naso largo e ampio. Come tutti i vini che subiscono pochi trattamenti ha un primo impatto di volatile che sparisce gradatamente con l’ossigenazione in calice ampio. Riconoscimenti varietali di grande finezza e tipicità con evidenza di ciliegie sotto spirito e confettura di prugne. Corredo olfattivo impreziosito da suggestioni di viole e lavanda in piena fioritura. In bocca entra largo e suadente con trama di  velluto liscio. L’alcool e la glicerina avvolgono il palato sostenuti da tannini appena accennati e da una fresca acidità balsamica. Lunga la persistenza aromatica e retrolfatto che ritorna a gran parte dei riconoscimenti del naso.  Da mettere a tavola con antipasti di salumi speziati/piccanti, paste asciutte con sughi importanti, zuppe di pesce, tonno alla griglia, formaggi di media stagionatura.</p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/06/DSC_0245.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2652" title="DSC_0245" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/06/DSC_0245.jpg" alt="" width="452" height="518" /></a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>QUALCHE VENATURA DI BONTA&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Dec 2014 08:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>

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		<description><![CDATA[FACCIA A FACCIA CON LA REGINA DELLE CONFETTURE DEL TERRITORIO. Taribari è sempre a caccia di donne e uomini che abbiano qualcosa da dire al di fuori dei grossi circuiti commerciali. Personaggi che mettono il profitto al terzo posto del loro interesse, dopo qualità e salute di chi consumerà la loro proposta. Oggi è toccato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/DSC_0709.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2308" title="DSC_0709" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/DSC_0709.jpg" alt="" width="450" height="264" /></a></p>
<p><em><strong>FACCIA A FACCIA CON LA REGINA DELLE CONFETTURE DEL TERRITORIO.</strong></em></p>
<p>Taribari è sempre a caccia di donne e uomini che abbiano qualcosa da dire al di fuori dei grossi circuiti commerciali. Personaggi che mettono il profitto al terzo posto del loro interesse, dopo qualità e salute di chi consumerà la loro proposta. Oggi è toccato alla giovane titolare di Venatura Jam, azienda produttrice di conserve alimentari del Nord Ovest più estremo della Sardegna. Mi viene sempre in salita scrivere di persone che stimo e delle quali ho un grande concetto, sia dal punto di vista umano che professionale e Giusi Ventura fa parte di quell’elenco.<span id="more-2307"></span> Una donna tenera e determinata di quelle che, senza troppi clamori, punta l’obbiettivo a testa bassa e con una visione della vita legata indissolubilmente alla terra, ai suoi frutti e ai ritmi della natura. Produce conserve naturali  dal sapore unico e, a parte le combinazioni insolite che ha creato negli anni, e che sono diventate pezzi unici nel panorama delle piccole produzioni, anche la più semplice e banale confettura di albicocche, fatta da Giusy ha quel qualcosa di, posso dirlo?, spirituale.</p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/1918064_100581239970944_6602075_n.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2309" title="1918064_100581239970944_6602075_n" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/1918064_100581239970944_6602075_n.jpg" alt="" width="451" height="208" /></a></p>
<p><strong>Giusy, come è nata la scelta di questa professione/passione?</strong></p>
<p>Mi è sempre piaciuta l’idea di fare marmellate, e dopo aver lasciato l’università, nel 1999 ho iniziato a frequentare un corso che è durato quasi due anni sulla produzione, trasformazione e valorizzazione dei prodotti agricoli e zootecnici.<br />
Questo corso è servito per farmi capire che la strada che volevo percorrere era proprio quella della trasformazione dei prodotti ortofrutticoli e aprire un laboratorio.<br />
Alla fine del 2000, pochi giorni dopo la fine del corso, ho prodotto la prima confettura “da vendere”. Natale era vicino, quindi ho preparato altri 4/5 prodotti per confezionare un cestino e proporlo ad amici e parenti per i loro regali.<br />
Ha funzionato, i prodotti sono piaciuti molto ed è stato uno stimolo per andare avanti.<br />
Mi sono chiesta: che cosa serve per poter fare tutto ufficialmente? La risposta era ovvia: un locale, le autorizzazioni, le attrezzature e soldi!<br />
Ho fatto diverse domande per ottenere dei contributi, mi sono attivata per avere tutte le informazioni necessarie, ho preso i primi contatti con i fornitori, facevo delle prove di etichettatura e confezionamento dei vasetti.<br />
Per varie ragioni i finanziamenti non sono mai arrivati.<br />
Nel 2004 ho deciso che non potevo più aspettare, dovevo comunque fare il grande passo e dovevo farlo con l’attrezzatura essenziale, il resto sarebbe arrivato col tempo. Mi autofinanziavo con la produzione casalinga, ma non abbastanza.<br />
Qui hanno avuto un ruolo fondamentale i miei genitori e familiari. Loro mi hanno sempre incoraggiato, aiutato.<br />
Ed è grazie a loro se è nata Venatura, perché mi hanno sostenuto moralmente, ma soprattutto economicamente.<br />
Sono stati loro infatti a finanziare la mia azienda. Sono stata molto fortunata, perché non tutti hanno questa possibilità e li ringrazio tantissimo per quello che hanno fatto.<br />
A quel punto, con tutte le autorizzazioni e con l’attrezzatura essenziale, potevo presentare i miei prodotti sul mercato.<br />
I 4 anni prima dell’avvio sono serviti per fare tanti esperimenti, provare le ricette e anche per stabilire una politica aziendale: solo prodotti freschi, solo di stagione, solo sardi (principalmente della Nurra. Il laboratorio è vicino a Palmadula e sono riuscita a trovare quasi tutti i fornitori in zona), nessun utilizzo di conservanti, addensanti e aromi.</p>
<p><strong>Cosa provi quando nasce un nuovo prodotto?</strong><br />
I nuovi prodotti nascono a volte grazie a suggerimenti dei consumatori/clienti, a volte casualmente e spesso per idee assurde ma vincenti.<br />
Sperimentare, provare e assaggiare è una parte del mio lavoro che mi piace molto. Seguire la nascita di un nuovo prodotto è sempre emozionante. E quando i colori e i sapori sono soddisfacenti è una grande gioia. E se poi piacciono anche al “mercato” lo è ancora di più!</p>
<p><strong>Ti sei mai pentita della scelta?</strong><br />
No! Anche se ci sono spesso tante difficoltà da affrontare, sono molto soddisfatta della scelta che ho fatto e dei risultati che sto ottenendo. Ricevere sms o mail di persone che hanno acquistato i miei prodotti che mi scrivono felici, o commercianti che mi contattano perché  hanno sentito parlare positivamente di una mia confettura…sono piccole cose, ma danno grande soddisfazione. I prodotti piacciono e questo è per me un grande successo.</p>
<p><strong>Hai intenzione di crescere, ingrandire la linea di produzione con nuovi percorsi?</strong><br />
Ho iniziato con una linea di circa 12 referenze tra marmellate e sottoli. Negli anni i prodotti sono aumentati, (ho inserito una linea di sughi e una di creme di ortaggi), alcuni li ho dovuti eliminare e sono diventati quasi 40.<br />
Recentemente ho realizzato alcune bevande analcoliche alla frutta, sono già in commercio, ed è una linea che voglio ampliare.<br />
Un’altra serie di prodotti che voglio sviluppare meglio è quella della frutta conservata nel vino: un primo prodotto è stato sperimentato l’anno scorso grazie alla preziosa collaborazione con lo chef Piero Careddu, ed ha avuto un ottimo risultato.<br />
Un’infinità di altri prodotti e nuove linee invece, per ora restano solo un sogno, ma che spero di realizzare al più presto.<br />
<a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/1456740_10202539153070792_5105427_n.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2310" title="1456740_10202539153070792_5105427_n" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/1456740_10202539153070792_5105427_n.jpg" alt="" width="451" height="205" /></a></p>
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		<title>Del mangiare e cantare come atti politici: il cibo e la musica resistente di Claudia Crabuzza</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Dec 2014 10:54:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanna Bonu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Claudia Crabuzza è una vecchia conoscenza di Taribari. La sua Botteghina, come i suoi lavori discografici hanno sempre trovato ampio spazio su queste pagine. Per le scelte di paradigmi comuni su ciò che il cibo rappresenta e di sovversione delle catene di distribuzione e commercializzazione. E per i suoi progetti musicali di contaminazione. Scegliamo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/claudia1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2287" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/claudia1-e1417635600871.jpg" alt="Claudia al Tenco (abito di Alessandra Mura)" width="450" height="337" /></a></p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/claudia1.jpg"></a>Claudia Crabuzza è una vecchia conoscenza di Taribari. La sua Botteghina, come i suoi lavori discografici hanno sempre trovato ampio spazio su queste pagine. Per le scelte di paradigmi comuni su ciò che il cibo rappresenta e di sovversione delle catene di distribuzione e commercializzazione. E per i suoi progetti musicali di contaminazione.<br />
Scegliamo di iniziare la nostra chiacchierata da un evento molto importante. Claudia è stata tra i protagonisti della 38° edizione del Premio Tenco, la rassegna della canzone d’autore dedicata quest’anno alle Resistenze.<span id="more-2281"></span></p>
<p><strong>Taribari - Raccontaci te su quel palco. Che pezzo hai portato. Perché lo hai scelto.<br />
</strong><strong>Claudia &#8211; </strong>Non mi aspettavo questo invito, anzi, speravo di poter rientrare prima o poi nella rosa dei candidati alle Targhe Tenco con un mio disco. Mi hanno preceduto invece, invitandomi come ospite, e come puoi immaginare è stata una gioia ancora maggiore. A pochi minuti dall&#8217;ingresso sul palco credevo che mi venisse un colpo! Invece tutto sommato ho retto bene l&#8217;emozione e mi sono goduta l&#8217;accoglienza del teatro del Casinò, che è molto raccolto e caldo, e di un pubblico che è fatto di amatori veri della musica d&#8217;autore e di molti addetti ai lavori. Quindi un pubblico preparato ed esigente. Ho sentito molto la responsabilità di fare bene la mia parte per la fiducia che mi hanno dato, e per il pezzo che mi hanno affidato, Venham mais cinco, di Zeca Afonso, portoghese autore dell&#8217;inno della Rivoluzione dei Garofani. E&#8217; un pezzo di lotta, ma molto diverso da quelli che conosciamo. E’ basato sul suono, sulla musicalità, forse più che sulle parole. Come nelle canzoni dei maggiori autori portoghesi di quel tempo, c&#8217;è un&#8217;allegria, una levità di fondo, che accompagnano i temi più duri. Non era un pezzo facile quindi, non è vicino al mio modo di sentire, spero di averne fatto una versione interessante.</p>
<p><strong>Taribari &#8211; E&#8217; un bel riconoscimento per la tua carriera.<br />
</strong><strong>Claudia </strong>- Di certo è un sogno realizzato. Spero che porti altre sorprese, che mi serva per cantare in altri ambiti di alto livello, come è il Tenco. E&#8217; un piacere quando succede di entrare in contesti così importanti, da speranza per un mestiere che ha perso nel tempo molti spazi e molto riconoscimento, come è accaduto a tutto il settore della cultura e dell&#8217;arte.</p>
<p><strong>Taribari &#8211; Quali sono i ricordi e le persone che porterai sempre con te?<br />
</strong><strong>Claudia </strong>-  Sono stati due giorni intensi! Mi ha colpito la burbera attenzione di Sergio Sacchi, che mi ha voluto tra gli ospiti, la dolcezza di Sergio Staino e di sua moglie Bruna (che è proprio l&#8217;originale della moglie di Bobo!). Alessio Lega, che ha tradotto in italiano il pezzo che ho cantato e la band che mi ha accompagnato sul palco, grandissimi musicisti con cui mi sono sentita subito in sintonia perfetta. C&#8217;è stato poi un abbraccio emozionante con Gaetano D&#8217;Aponte, il padre di Bianca, cantautrice scomparsa dieci anni fa a cui lui dedica un bellissimo premio ad Aversa.</p>
<p><strong>Taribari &#8211; A questo proposito è successo qualcosa di magico. Racconta.</strong><br />
<strong>Claudia</strong> &#8211; Io ho portato in sala stampa una versione in algherese di una canzone di Bianca, che entrerà in una raccolta voluta dal Tenco, alla chitarra c&#8217;era il cantautore catalano Enric Ernaez, l&#8217;ambiente sembrava poco adatto, neon, giornalisti scafati, una lunga conferenza stampa, ma la forza di quella canzone è arrivata come una piccola esplosione: un applauso enorme, tra le seggiole qualcuno che piangeva! E Gaetano è venuto a ringraziarmi e mi ha stretto fortissimo. Il Tenco poi ha il potere di mettere insieme un cast di mostri sacri e servirteli con leggerezza durante le sue serate. Così mi ha dato la possibilità di vedere dal vivo José Mario Branco, l&#8217;arrangiatore originale della canzone che ho cantato, e di sentire le sue meravigliose composizioni. Ho ritrovato poi un Vinicio Capossela in splendida forma, sia sul palco che fuori. Tanti concerti e tanti artisti indimenticabili.</p>
<p><strong>Taribari &#8211; Ti abbiamo vista insieme a Maria Cristina Diaz Ferrè, la moglie del grande Leo Ferrè. E&#8217; stato importante come lo sarebbe stato per me?</strong><br />
<strong>Claudia</strong> &#8211; E&#8217; una donna bellissima, con una presenza imponente e uno sguardo pieno di amore. Abbiamo scambiato solo qualche parola insieme a Sergio Staino. Avevo già parlato con lei in teatro ma non sapevo che fosse la moglie di Ferrè! Mi perdonerai?<br />
<strong>Taribari  – </strong>Si. Se mi canti la canzone di Bianca solo per me la prossima volta che vengo alla Botteghina!</p>
<p><strong>Taribari -</strong> <strong>Quest&#8217;anno il premio era dedicato alle Resistenze. Le Resistenze storiche. E quest&#8217; anno è anche l&#8217;anniversario di una resistenza che credo molto importante per tè, che ami il Messico, che ti ha dato tanto nel tuo percorso musicale. Parlo dei 20 anni dalla fondazione dell&#8217;Ezln.<br />
Claudia</strong> &#8211; Si, è la resistenza in cui mi sono riconosciuta di più. Una rivoluzione dal basso, che ha avuto la pazienza di coinvolgere tutti, di sentire il parere di tutti, seguendo i tempi delle assemblee tradizionali degli indios. Non lavorano per maggioranza ma per unanimità, sino a che non sono convinti tutti non prendono decisioni! E&#8217; un processo lungo, ma che ha portato risultati concreti evidenti. In un Paese devastato da guerre tra narcos, iniquità, povertà, le comunità zapatiste hanno recuperato prima di tutto la dignità delle persone e numerosi diritti che non esistevano, le scuole, gli ospedali, la difesa delle culture e delle lingue originarie. E&#8217; una resistenza che ha fatto da modello per tutta la svolta movimentista dell&#8217;America Latina.</p>
<p><strong>Taribari &#8211; La tua resistenza &#8220;contadina&#8221; la fai vivere anche nella tua Botteghina. Le scelte del cibo e le proposte di intrattenimento del tuo piccolo ristorante ad Alghero sono direttamente collegate a quella visione del mondo.<br />
Claudia</strong> &#8211; La Botteghina è una mia manifestazione artistica e politica, prima che un posto dove si mangia! Ho scelto da sempre di proporre solo prodotti locali e stagionali, e quando si parla di caffè, cacao e zucchero, viene tutto dal commercio equo e solidale. Credo che la vera risposta che ognuno di noi può dare sia quella da consumatore, che ha molto più valore di quella da elettore. Ogni giorno possiamo scegliere se favorire la grande distribuzione o le piccole produzioni locali, che non producono trasporti, inquinamento, né sfruttamento intensivo della terra e dei lavoratori. Io ho trasferito queste scelte che facevo già singolarmente sul ristorante, ottenendo così un risultato più ampio, non solo nelle quantità, ma soprattutto sul piano della cultura della scelta. Chi viene, spesso si trova spaesato per l&#8217;assenza di bevande o di cibi che è abituato a consumare ogni giorno, o per esempio dello zucchero bianco, che non è mai entrato alla Botteghina. Sono costretti così a provare un modo diverso di bere e di mangiare e si appassionano e iniziano a fare scelte differenti.</p>
<p><strong>Taribari &#8211; Anche per il 2015  la Botteghina  è stata confermata nella prestigiosa guida Slow Food Osterie d’Italia.  Mangiare bene, con responsabilità e cura sta diventando una scelta sempre più condivisa o è ancora lungo un percorso di consapevolezza collettiva?<br />
Claudia</strong> &#8211; I nostri clienti che vengono da grandi città italiane ed europee sono già molto consapevoli. Più lento è il processo per i clienti locali, che nonostante l&#8217;altissimo livello culinario in casa, sono abituati ad un&#8217;offerta della ristorazione piuttosto mediocre e poco curata. Il momento critico economico poi non aiuta, anche se io penso che sia meglio mangiare fuori meno spesso ma meglio. Ci arriveremo poco a poco. Di certo ho notato con piacere che l&#8217;esperienza positiva della Botteghina ha spinto più di un &#8216;concorrente&#8217; a provare la strada della qualità, e credo che nel giro di breve tempo sarà l&#8217;unica possibile, anche a livello globale, fosse solo per una questione di carenza di materia prima e per la necessità di riequilibrare tutti i sistemi economici e alimentari. I fenomeni come il consumismo senza criterio e l&#8217;usa e getta sono destinati a chiudersi.</p>
<p><strong>Taribari &#8211; Torniamo al tuo percorso musicale. In questi ultimi anni sembra guardare in direzioni diverse.  Sei tornata un po&#8217; a casa con Cuore e il bellissimo lavoro su Pino Piras &#8220;Un home de pais” realizzato con Claudio Gabriel Sanna (rimandiamo alla recensione di Taribari) e  hai vinto il Suns 2012, il premio europeo della canzone minoritaria con “Que triste que es la tarde”. Dove sono i volti dei nomadi e le loro tracce nei sentieri polverosi? Ce li racconterai ancora?<br />
</strong><strong>Claudia</strong> &#8211; Chi lo sa? Per ora ho in cantiere un lavoro ancora più intimo, più vicino a casa, perché ho composto dei brani in algherese e si stanno trasformando in un disco. La vita delle canzoni segue quella privata, il fatto di avere tre bambini mi tiene più vicina a storie familiari, di &#8216;casa&#8217;. Mi sono proposta però nei prossimi anni un lungo viaggio nelle mie terre amate, Messico, Cile, Argentina. Vedremo se ci riuscirò e se arriveranno altre storie da raccontare, di quelle con la polvere delle strade sterrate.</p>
<p><strong>Taribari &#8211; Ci hai raccontato anche di Victor Jara in un tuo libro pubblicato nel 2012. Victor e altri umani. Quanto ha pesato la sua storia e la sua musica nella tue scelte artistiche?<br />
</strong><strong>Claudia </strong>- Adoro il cantautorato, le canzoni fatte di parole pesanti, spesse, la musica ridotta al minimo. Mi ha incantato questo in Victor Jara, ma anche il suo percorso limpido e coraggioso, mai scontato, l&#8217;influenza della musica popolare, dei ritmi originari, le storie di casa sua, di operai e contadini. E&#8217; stato una vera illuminazione per me, insieme ai suoi maestri Violeta Parra e Atahualpa Yupanqui, sul piano musicale ma forse ancora di più su quello umano. Sono convinta che ci debba essere coerenza e verità in chi propone questa penetrante arte della canzone, altrimenti non funziona, non si raggiunge il cuore. Mi piacerebbe portare in giro ancora l&#8217;omaggio a tutti questi meravigliosi autori che ho fatto insieme a Caterinangela Fadda, chitarrista classica di Siligo che da qualche anno vive a Barcellona. Con lei è sempre una grande emozione, prima o poi ci rimetteremo al lavoro.</p>
<p><strong>Taribari &#8211; Che fine avete fatto Chichimeca? Tornerete?<br />
</strong><strong>Claudia</strong> &#8211; Con Fabio Manconi e Andrea Lubino ripartiremo a gennaio con alcuni concerti in cui racconteremo il percorso dei Chichimeca nei tre dischi che abbiamo pubblicato, insieme ad alcune cover del nostro cuore. Sarà una formazione in trio, come era all&#8217;origine, completamente acustica, per tornare alla radice delle nostre canzoni. Vi darò più notizie attraverso il mio blog <a href="http://claudiacrabuzza.com">claudiacrabuzza.com</a></p>
<p><em>nella foto Claudia Crabuzza al Tenco (abito di Alessandra Mura)</em></p>
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		<title>Marduk, il primo birrificio agricolo di Sardegna</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2014 17:22:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Piredda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>

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		<description><![CDATA[Parliamo con Mauro Loddo, mastro birraio del giovane Birrificio Marduk di Irgoli, di cui è anche co-fondatore insieme al socio Giuseppe Murru. Dopo le esperienze nell&#8217;arte dell&#8217;homebrewing e la grande voglia di sviluppare un serio progetto professionale che fosse imprescindibilmente legato alla birra artigianale,  ecco la nascita di un vero e proprio birrificio coi fiocchi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><em><strong><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/logo-marduk1.png"><img class="size-medium wp-image-2267 aligncenter" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/12/logo-marduk1-300x183.png" alt="" width="300" height="183" /></a></strong></em></p>
<p style="text-align: justify"><em><strong>Parliamo con Mauro Loddo, mastro birraio del giovane Birrificio Marduk di Irgoli, di cui è anche co-fondatore insieme al socio Giuseppe Murru. Dopo le esperienze nell&#8217;arte dell&#8217;homebrewing e la grande voglia di sviluppare un serio progetto professionale che fosse imprescindibilmente legato alla birra artigianale,  ecco la nascita di un vero e proprio birrificio coi fiocchi, che rispetto ad altre realtà birraie isolane, ha una cifra stilistica assai legata al territorio&#8230;</strong></em></p>
<p>www.birrificiomarduk.com<span id="more-2261"></span></p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>:  Mauro, cominciamo dal principio. Parlaci della vostra storia. Cosa facevate prima di imbarcarvi in questa avventura, e quali sono stati gli elementi decisivi che vi hanno portato a questa scelta professionale?</p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: Prima di avventurarci in questo fantastico lavoro, io lavoravo nel settore della ristorazione, principalmente bar, pub, birrerie e hotel, mentre il mio socio (Giuseppe) lavorava nel settore alimentare (salumeria). Proprio durante lo svolgimento di questi lavori abbiamo trovato la passione che ci accomunava: la birra! Iniziando il nostro percorso da homebrewer dal 2007 capimmo che il nostro futuro era nel mondo brassicolo</p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>:  Sappiamo che il vostro birrificio ha una forte caratterizzazione territoriale, e che per questo, a differenza di tutti gli altri birrifici sardi è inquadrato fiscalmente in maniera un diversa. Puoi spiegarci meglio?</p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: Siamo un birrificio agricolo, che si differenzia da uno artigianale perché produciamo le materie prime direttamente in azienda, dall&#8217;orzo che poi portiamo a maltare in una malteria ad Ancona di cui siamo soci, al luppolo che lo coltiviamo ormai da più di 5 anni. Essendo dunque un&#8217;azienda agricola dobbiamo necessariamente utilizzare almeno il 51% di materia prima coltivata da noi, ad oggi siamo oltre l&#8217;80%</p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>: Quante e quali sono le birre che produce il birrificio?</p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: Per il momento sono 4, una Pilsner stile boemo, una Altbier, una Pale Ale e una IPA<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>:  Il movimento birraio sardo negli ultimi 10 anni si è parecchio trasformato. A oggi fra birrifici, brew firm e brewpub abbiamo circa 25 realtà birraie attive nell&#8217;isola. Cosa pensate del movimento birraio sardo? Secondo voi a che livello sta?<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: Secondo noi, in Sardegna ci sono delle realtà importantissime e con enormi potenzialità, d&#8217;altronde<br />
è ben nota la buona capacità dei Sardi nel settore beverage con prodotti di nicchia di grande prestigio&#8230; C&#8217;è tanta strada da fare nel panorama brassicolo Sardo, bisogna innanzitutto insegnare la cultura birraia a chi ci sta intorno, creare interesse nei giovani, spiegare l&#8217;arte della birra artigianale dal servizio alla degustazione. Non mi stupirebbe tra 2 o 3 anni trovare una 50ina di attività del settore, quello che mi auguro è che la passione sia sempre pioniera trainante in ogni Birraio.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>: Una domanda di quelle &#8220;piccanti&#8221;. Bisogna riconoscere che l&#8217;alcol in alcune zone dell&#8217;Italia è una vera e<br />
propria piaga sociale. In Sardegna, inutile nasconderci, il problema è evidente, visto che la nostra è la regione in cui in assoluto si consuma più birra in Italia. Che rapporto avete, da piccoli imprenditori che cercano di lavorare con materia prima di qualità, con lo stato italiano e con il fisco? Voglio dire, avete la sensazione di trovarvi all&#8217;interno di un sistema stato che tutela una iniziativa come la vostra che pone sul mercato dei prodotti qualitativamente superiori a quelli industriali (e indirettamente anche a educare i bevitori al &#8220;buono&#8221; più che al &#8220;tanto&#8221;) oppure no?<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: Produrre birra artigianale a piccole quantità come quasi tutti fanno in Sardegna, purtroppo non ha grandi benefici economici, lo Stato ci mette allo stesso livello dei grandi birrifici industriali con delle regole fiscali/doganali molto severe. La birra è soggetta ad accisa, ad oggi è uno dei costi più alti in produzione, circa 0,40€ medio a litro dove poi ci si applica l&#8217;iva (la tassa nella tassa), la compilazione di almeno 5 registri di produzione dove si trascrivono e dichiarano tutti i consumi sia 24 ore prima della cotta che dopo&#8230; Insomma ci siamo capiti&#8230; Poi certo, l&#8217;alcol è una piega sociale, bisognerebbe bere di meno e quel poco di qualità<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>: Siete attenti ai mercati esteri? Vi piacerebbe esportare la vostra birra? Pensate che nel prossimo futuro<br />
questo sia fattibile?<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: Mai fermarsi, l&#8217;estero è un&#8217;ottima vetrina, abbiamo qualche richiesta ma per il momento pensiamo<br />
che il prossimo passo, prima di uscire oltremare sia aumentare la capacità produttiva&#8230;<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>: A quale delle vostre birre tu e Giuseppe siete più affezionati?<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: La Pilsner è quella che ci ha fatto più sudare quindi merita lo scettro, comunque per tutte le altre<br />
nutriamo lo stesso affetto<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>: Abbiamo notato che le vostre birre portano il nome dello stile di riferimento. Cosa vi ha spinto ad attuare<br />
questa politica anzichè attribuire dei veri e propri &#8220;nomi&#8221; alle vostre creazioni?<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: Abbiamo voluto che le nostre etichette, comunicassero quello che ogni intenditore vuole in uno<br />
scaffale, arrivare subito al dunque, se ami quello stile non puoi non considerarla<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>: La vostra zona ha accolto con simpatia la nascita del vostro birrificio? Avete il riscontro che vi aspettavate<br />
nella vostra zona di competenza, cioè la provincia di Nuoro?<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: La nostra è una zona un po particolare&#8230; Ci sono pochissimi locali dove poter degustare birre di qualità, ma stanno nascendo anche in scia della nostra iniziativa, e questo non può che farci piacere! L&#8217;estate ha risposto benissimo per via anche della richiesta dei turisti, poi ora vediamo che gli esercenti hanno un interesse maggiore e con orgoglio espongono in bellavista le nostre birre.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- TARIBARI</strong>: Puoi anticiparci quali saranno le prossime mosse aziendali? Avete in serbo qualcosa di nuovo, magari anche una nuova etichetta?<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>- MAURO</strong>: Il prossimo anno ci saranno alcune novità importantissime, ci stiamo già lavorando e credo che sia<br />
una svolta per la nostra azienda e il nostro marchio&#8230; Vi terremo aggiornati!<!--more--></p>
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		<title>vita e cibo con occhi di medico giramondo</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Nov 2014 09:26:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>

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		<description><![CDATA[CONVERSAZIONE, SERIA MA ANCHE NO, CON L&#8217;EPIDEMIOLOGO SAVERIO BELLIZZI DI MEDICI SENZA FRONTIERE. IN QUESTO MOMENTO IN GUINEA NEL CUORE DELL&#8217;EMERGENZA  EBOLA. SAVERIO BELLIZZI  prima ancora di essere un medico che ha messo la propria vita a disposizione del mondo, nel senso più largo del termine, è una persona allegra e gaudente che non si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/11/haiti_saveriobellizzi-380x2701.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2143" title="haiti_saveriobellizzi-380x270" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/11/haiti_saveriobellizzi-380x2701.jpg" alt="" width="452" height="321" /></a></p>
<p><strong>CONVERSAZIONE, SERIA MA ANCHE NO, CON L&#8217;EPIDEMIOLOGO SAVERIO BELLIZZI DI MEDICI SENZA FRONTIERE. IN QUESTO MOMENTO IN GUINEA NEL CUORE DELL&#8217;EMERGENZA  EBOLA.</strong><span id="more-2141"></span></p>
<p>SAVERIO BELLIZZI  prima ancora di essere un medico che ha messo la propria vita a disposizione del mondo, nel senso più largo del termine, è una persona allegra e gaudente che non si prende esageratamente sul serio. Non uno di quelli, per intenderci, che si aggira con la smorfia drammatica di chi ha le sorti del pianeta in mano.  L’ho voluto intervistare perché ho avuto occasione di constatare che gli piace mangiare e bere bene e io sono convinto che chi ama la tavola ha una visione del mondo e della vita più completa e attendibile. Lo definirei un sardo con sangue calabrese nel senso che quella metà di sangue isolano, che viene dalla madre di Macomer, è resa dominante dalla nascita e dalla lunghissima permanenza nell’isola dove ha studiato e si è formato.  Laurea nel 2002 in Medicina all’Università di Sassari con tesi sulle gastroenteriti infettive nei bambini Hiv positivi del Mozambico.  Dopo la specialistica in ematologia arriva il Master londinese in epidemiologia nel 2008. In tutti quegli anni non si è fatto mancare viaggi su viaggi di cooperazione tra Vietnam, Zimbabwe, Marocco, Thailandia e India.  Dal 2009 è con Medici senza Frontiere e continua a girare come una trottola per ogni angolo della terra dove c’è disperazione e malattie. Ora è in Guinea, nel cuore dell’Ebola, da dove mi fa il regalo di ritagliare un po’ del suo tempo per rispondere alle nostre domande.</p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/11/121257707-13b2f4b5-b81c-490a-92a1-299c58ac3757.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2144" title="121257707-13b2f4b5-b81c-490a-92a1-299c58ac3757" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/11/121257707-13b2f4b5-b81c-490a-92a1-299c58ac3757.jpg" alt="" width="450" height="361" /></a></p>
<p><strong>Saverio, Taribari è un blog che tratta di enogastronomia provando a farlo fuori dal coro. Il tuo lavoro ti costringe spesso a confrontarti col dolore e la disperazione di certi popoli. Durante i tuoi soggiorni, e nei rapporti umani che inevitabilmente nascono, riesci a trovare tracce e confrontarti con le tradizioni gastronomiche della terra che ti ospita in quel dato momento? </strong><br />
Ricordiamoci sempre che il cibo e le donne son parte integrante della scoperta di un nuovo posto! Scherzi a parte (ma non troppo) proprio in questi giorni in Guinea pensavo a quanto io adori l &#8216;avocado.. e l&#8217; avocado della Guinee Forestiere é l &#8216;unico che riesce a competere con quello che gustavo in Uganda 4 anni fa.<br />
Questo per dire che al di fuori dell Italia ci son tradizioni spesso piu antiche ed a volte eccezionalmente raffinate come ad esempio in Vietnam con i grossi spaghetti di riso della vecchia citta imperiale di Hue o con i tradizionali fagottini di riso gustati negli Hutong (le antiche viuzze) di Pechino.<br />
Tali esperienze son in parallelo una fantastica esperienza nella storia perche i vari piatti di ogni Paese in realtà son un evoluzione di passaggi e si ritrovano in maniera diversa in diverse zone della terra&#8230; la famosa Mussaka greca in realtà pare venga dall egitto dove, quando vivevo al Cairo, avevo il piacere di gustare frequentemente ..e che dire del fatto che l&#8217; arancia in molti posti del mondo (compreso il paesino italo albanese in Calabria, origine di mio padre) si chiama Portugal? (si, I portoghesi la recuperarono in Asia per diffonderla dappertutto e in arabo si chiama Bortuan cosi come il melograno sia in portoghese che in arabo si chiama Rummam!);</p>
<p><strong> Hai qualche ricordo, qualche episodio particolare legato alla cucina tradizionale di un paese lontano che hai frequentato per lavoro?</strong><br />
Come citato precedentemente i ricordi son tanti; potrei aggiungere delle cucine non “appropriate” ai nostri palati come quella filippina dove purtroppo lo zucchero lo si aggiunge anche nelle salse che metteremmo nella pasta o alla cucina mongola dove se ci si vuole veramente immergere nella cultura locale si beve del te salato per poi brindare con un bel airag (nientaltro che latte di cavalla fermentato)&#8230;<br />
Un ricordo che mi rimarra sempre impresso nella mente é l &#8216;aver mangiato in un ristorante tradizionale di Marrakesch il famoso tajine con le prugne, inutile da descrivere, solo da provare!</p>
<p><strong>Noi di Taribari pensiamo che, come nella maggior parte degli atti che compiono gli esseri umani di ogni latitudine, anche per l’alimentazione esiste una regia occulta che decide cosa e come dobbiamo mangiare in nome di sua maestà il profitto. Tantissimi cibi che consumiamo noi occidentali nascono, spesso a nostra insaputa, da bestiali situazioni di sfruttamento nei paesi cosiddetti sottosviluppati. Durante i tuoi passaggi, soprattutto africani, hai avuto modo di toccare con mano queste realtà di ingiustizia e barbarie?</strong><br />
Forse l &#8216;esperienza piu forte a questo proposito é l aver vissuto un anno a Manila e per lavoro l aver avuto a che fare con le isole del pacifico (Fiji, Isole Salomone etc etc): il grado di obesita e conseguente diabete in tali paesi non ha eguali al mondo poiche la globalizzazione e l epoca del consumismo ha lettealmente stravolto i costumi locali; la classica coltivazione dei campi e l&#8217; autosufficienza dovuta ai raccolti di verdure e frutta locali è stata pressochè totalmente sostituita dalla cultura dei mc donalds abbinata all &#8216;arresto dell esercizio fisico; a sua volta tale stravolgimento ha reso tali Paesi ormai completamente dipendenti dall&#8217;apporto esterno di viveri, in sostanza non son più autosufficienti.<br />
Aggiungo l&#8217; effetto deprimente che ho continuamente in vari Paesi d Africa dove la foresta viene progressivamente abbattutta per far spazio a piantagioni di tipi diversi.</p>
<p><strong>Come si nutre la gente che vive nelle zone di massima emergenza Ebola? E voi medici come riuscite a sopravvivere?</strong><br />
In Sierra Leone, Liberia e Guinea almeno la cultura culinaria non é “uccisa” dalla tremenda situazione che vige tuttora; a seconda che ci strovi in zona costiera o interna si varia dal pesce alla carne spesso condita con vegetali locali e salse varie come le arachidi; la frutta tropicale é meravigliosa e spesso può tranquillamente sostituire un pasto classico. Il riso da una parte, la manioca dall altra e l eredità francese con le baguette fanno da acompagnamento al tutto. Noi di medici senza frontiere abbiam i cuochi locali a casa che ci deliziano spesso che i piatti locali.</p>
<p><strong>Come pensi si dovrebbe porre, al di la delle chiacchere dei politicanti, il cosiddetto mondo civilizzato di fronte a quanto succede oggi in Africa nelle zone a rischio epidemia?</strong><br />
Il cosiddetto mondo civilizzato al tempo d oggi é inquinato penso senza rimedi da una cultura dove non esiste il concetto del “siam fratelli” o “dobbiam darci una mano”; tutto vien ricondotto ai soldi e secondo molti nostri politicanti si aiutan i Paesi poveri dando soldi quando invece cio non fa altro che alimentare corruzione e ingrassare i capetti locali; bisogna intervenire come risorse umane, bisogna informarsi e bisogna capire&#8230; purtroppo per molti sembre piu facile ripetere le filastrocche che pensare ai contenuti..</p>
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		<title>ANNA MARIA E L&#8217;ENTUSIASMO.</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2014 08:13:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Faccia a faccia]]></category>

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		<description><![CDATA[FACCIA A FACCIA CON ANNA MARIA FARA DI &#8220;SARDEGNA BELLA E BUONA&#8221;.  UNA DELLE PROTAGONISTE DI UNA NUOVA IDEA DI TURISMO ENOGASTRONOMICO. www.sardegnabellaebuona.com Un intero pomeriggio con Anna Maria e una parola d’ordine: divagare!  Lei è una che racconta e ascolta con lo stesso piacere e così la prima ora è volata in reciproche affabulazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/11/22042_288888034611_162556_n.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2136" title="22042_288888034611_162556_n" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/11/22042_288888034611_162556_n.jpg" alt="" width="453" height="302" /></a></p>
<p><em><strong>FACCIA A FACCIA CON ANNA MARIA FARA DI &#8220;SARDEGNA BELLA E BUONA&#8221;.  UNA DELLE PROTAGONISTE DI UNA NUOVA IDEA DI TURISMO ENOGASTRONOMICO.</strong></em></p>
<p>www.sardegnabellaebuona.com</p>
<p>Un intero pomeriggio con Anna Maria e una parola d’ordine: divagare!  Lei è una che racconta e ascolta con lo stesso piacere e così la prima ora è volata in reciproche affabulazioni di tango, viaggi, parigi, cuba, archeologia. Trentotto anni,  Acquario, laureata in lingue con un Master in Marketing e Comunicazione dell’Enogastronomia e con un radioso futuro nel panorama mondiale del vino, che ha scelto di lasciare in  cambio del fermarsi in Sardegna, perché dice di crederci e anche con un certo ottimismo. <span id="more-2135"></span> La lunga permanenza in Francia è stata la causa dell’innamoramento per il vino che l’ha poi portata a passare cinque lunghi anni con Surrau, una delle aziende leader del Vermentino di Gallura, come responsabile dell’accoglienza, arrivando all’importante traguardo delle trentacinquemila visite. Una seconda importante collaborazione si è consumata nel paradiso delle Tenute Siddura in quel di Luogosanto. Oggi Anna Maria, dopo aver conseguito il diploma di guida turistica con specializzazione in turismo enogastronomico, gestisce “Sardegna Bella e Buona” la sua agenzia che si cura di accompagnare i visitatori della nostra isola  alla scoperta delle bellezze meno conosciute e il più possibile fuori dai circuiti omologati.</p>
<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/11/10645059_10204848808688420_355792198394751190_n.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2137" title="10645059_10204848808688420_355792198394751190_n" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2014/11/10645059_10204848808688420_355792198394751190_n.jpg" alt="" width="450" height="211" /></a><br />
-   <strong> TARIBARI:</strong> Anna Maria, con la tua laurea e il tuo master avresti potuto iniziare, fuori dall’isola, una brillante carriera in discesa nel mondo del vino. Hai scelto di rimanere in Sardegna con tutte le difficoltà che questo momentaccio si porta dietro. Perché?<br />
-    <strong>ANNA MARIA:</strong> Perchè sono ottimista e convinta che la Sardegna si riprenderà in tempi ragionevoli e che la risalita passerà anche attraverso le  produzioni migliori della nostra terra e la capacità che noi avremo nel promuoverle con intelligenza e modernità, senza complessi di inferiorità né presunzione di essere i migliori, ma pensando ad esaltare le nostre specificità. Faccio parte di una generazione che ha avuto la fortuna di studiare e formarsi all&#8217;estero, di avere scambi con altre culture in un confronto alla pari, ad un certo punto ho avuto l&#8217;esigenza di tornare nel posto al quale sentivo di appartenere, al mio orizzonte, ma mantenendo sempre uno sguardo oltre il mare ed accogliente verso che ci viene a trovare. E poi a me piace vivere  e lavorare all’aperto e la Sardegna, nonostante un livello di inquinamento alto in alcune zone, ha ancora un’aria salubre e spazi vergini e incontaminati che non trovi in nessun’altra regione italiana.</p>
<p>-   <strong> TARIBARI:</strong> Come organizzi l’escursione tipo per i tuoi clienti?<br />
-   <strong> ANNA MARIA: </strong> Intanto premetto che ho una clientela prevalentemente straniera che non conosce quasi niente della nostra storia e della nostra geografia e questo mi consente di lavorare  su un terreno molto fertile. Si parte nelle prime ore del mattino in direzione di un sito archeologico importante per storia e dimensioni. Una degli aspetti che curo con maggiore accuratezza è la scelta del percorso che deve essere il più panoramico e “verde” possibile. La tappa successiva è una cantina dove, insieme alle degustazioni  del vino, vengono serviti dei piccoli assaggi di cibo.  All’ora di pranzo  ci si ferma in uno dei ristoranti che io seleziono, durante la stagione morta, in base alla qualità e alla tipicità.  La destinazione successiva  dopo il pranzo è un caseificio artigianale dove gli ospiti possono seguire parte del ciclo produttivo e gustare il meglio dell’arte casara sarda. Ancora una cantina con nuovi assaggi per poi concludere la giornata salutandoci.</p>
<p>-<strong> TARIBARI:</strong> A parte le importanti collaborazioni con due grandi produttori del vermentino, il tuo lavoro ti ha portato a conoscere da vicino la stragrande maggioranza  delle cantine sarde.  Da questo tuo punto d’osservazione privilegiato come trovi lo stato di salute del vino sardo?</p>
<p>-  <strong> ANNA MARIA: </strong> Come avrai capito sono una che preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno. Secondo me abbiamo fatto passi da gigante pur con tutte le ingenuità e le spersonalizzazioni di certi territori e produttori. Sono molto fiduciosa nel passaggio di testimone alle nuove generazioni e penso che se si faranno scelte coraggiose e distintive, nei prossimi anni, non potremo che crescere e diventare  sempre più protagonisti del panorama enologico nazionale ed internazionale. Ci sono sempre più vini sardi negli scaffali delle migliori enoteche del mondo, ma manca ancora una compattezza che permetta alla Sardegna di essere riconosciuta come regione produttrice di vini in Italia. Anche se non per forza e non per tutti, il successo deve passare per l&#8217;export: la vendita diretta è troppo spesso sottovalutata e il turismo enogastronomico è una risorsa da noi ancora troppo sottovalutata. Stiamo realizzando di essere uguali, nel bene e nel male, al resto del mondo e che, come il resto del mondo, dobbiamo zapparci tutto. Stiamo passando dal folklore alla consapevolezza e a capire che, per esempio, siamo il più grande museo preistorico a cielo aperto del mondo.  Insomma abbiamo le carte in regola per farcela e il vino è solo uno dei tanti ambasciatori della nostra identità e uno dei punti di partenza della rinascita.<br />
Dopo questa iniezione di ottimismo e positività, il lungo pomeriggio si è concluso con uno scambio di papassini di Bonarcado, paese d’origine di Anna Maria, e i papassini sassaresi che aveva appena fatto mia moglie.  Grazie Anna Maria e buon cammino.</p>
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