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	<title>Taribari &#187; Il vespaio</title>
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	<description>Cibo, vino e tempo da perdere</description>
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		<title>STURMTRUFFEN (come ti frego sull&#8217;etichetta)</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Mar 2017 07:29:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il vespaio]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[TARIBARI E&#8217; DA ANNI IMPEGNATO PER L&#8217;OTTENIMENTO DELL&#8217;OBBLIGO DELL&#8217;INDICAZIONE IN ETICHETTA DI TUTTO IL CONTENUTO DI UN VINO. LA LEGGE CHE STAREBBE PER PARTORIRE LA COMMISSIONE EUROPEA PUZZA DI IMBROGLIO DA LONTANO. OSPITIAMO CON PIACERE IL COMUNICATO STAMPA DI CONTADINI CRITICI/VIGNAIOLI UNITI. LE NUOVE NORME SULL’ETICHETTATURA DEI VINO SONO UNA BEFFA PER I CONSUMATORI, UN [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2017/03/7443654-Dello-scienziato-pazzo-pazzo-versando-le-sostanze-chimiche-in-un-laboratorio-Archivio-Fotografico1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3017" title="7443654-dello-scienziato-pazzo-pazzo-versando-le-sostanze-chimiche-in-un-laboratorio-archivio-fotografico" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2017/03/7443654-Dello-scienziato-pazzo-pazzo-versando-le-sostanze-chimiche-in-un-laboratorio-Archivio-Fotografico1.jpg" alt="" width="417" height="290" /></a></p>
<p>TARIBARI E&#8217; DA ANNI IMPEGNATO PER L&#8217;OTTENIMENTO DELL&#8217;OBBLIGO DELL&#8217;INDICAZIONE IN ETICHETTA DI TUTTO IL CONTENUTO DI UN VINO. LA LEGGE CHE STAREBBE PER PARTORIRE LA COMMISSIONE EUROPEA PUZZA DI IMBROGLIO DA LONTANO. OSPITIAMO CON PIACERE IL COMUNICATO STAMPA DI CONTADINI CRITICI/VIGNAIOLI UNITI.</p>
<p><strong>LE NUOVE NORME SULL’ETICHETTATURA DEI VINO SONO UNA BEFFA PER I CONSUMATORI,</strong></p>
<p><span><strong>UN DANNO PER I PICCOLI PRODUTTORI, UN VANTAGGIO PER I SOLI VINI INDUSTRIALI. </strong></span></p>
<p>I Contadinicritici/Vignaioliuniti, in attesa che il Mipaaf risponda alla lettera inviatagli il 3 marzo u.s., (che nel frattempo ha raddoppiato i firmatari ,400), e dopo aver raccolto in pochi giorni 5800 firme sulla petizione pubblicata sul sito change.org., vogliono esprimere la propria idea a in merito alle nuove norme sull’etichettatura.<span id="more-3015"></span> Notizia degli ultimi giorni è che la Commissione Europea  ha  presentato  il rapporto sull&#8217;etichettatura obbligatoria, che lascia un anno di tempo ai produttori di bevande alcoliche per trovare una soluzione che garantisca l&#8217;indicazione degli ingredienti usati e del valore nutrizionale nei loro prodotti.  La reazione positiva di Federvini ci fà pensare,  che sia l’ennesimo regalo all’industria dei vini, mettendo sullo stesso piano vino artigianale e vino industriale, confondendo ancor di più i consumatori. Non ci stupiremmo se i nostri governanti e le associazioni di categoria, lasciassero scadere l&#8217;anno senza fare proposte, per passare la patata bollente alla Commissione. <span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;">Analizziamo la questione in dettaglio:</span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span><span style="text-decoration: underline;"><strong>Ingredienti-additivi-coadiuvanti</strong></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span>La legge che vogliono venga applicata al vino è la stessa adottata per tutti gli altri alimenti.  Questa normativa afferma che vanno indicati in etichetta gli ingredienti e gli additivi. Ma non vanno assolutamente indicati i coadiuvanti. Quali sono i coadiuvanti? Quei prodotti/tecniche che non rimanendone traccia nel prodotto finito, sono di ausilio alla sua produzione: lieviti, alimenti, enzimi, tannini, chiarificanti (tranne quelli allergenici tipo l&#8217;albumina o la caseina), bentonite, e tutti i prodotti simili.</span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span>Un produttore di vino industriale,  andrebbe a scrivere sull&#8217;etichetta INGREDIENTI: Uva, acido tartarico, gomma arabica.</span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span>Inoltre per la gomma arabica  l&#8217;industria potrebbe tranquillamente trovare un escamotage, per creare un prodotto con le stesse caratteristiche classificabile come coadiuvante.</span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span><strong>Solfiti</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span>Da anni l&#8217;industria lavora per realizzare vini senza solfiti aggiunti. E’possibile utilizzando dei lieviti selezionati capaci di generare bassissimi livelli di acidità volatile, ed un grosso input tecnologico ed energetico  (gas inerti, termoregolazione, ecc).</span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span>Pertanto i vini industriali riporteranno in etichetta non solo  Ingredienti/Additivi: Uva; ma metteranno anche &#8220;senza solfiti aggiunti&#8221; .</span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span><strong>Tabella nutrizionale</strong></span></span></p>
<p><span>Anche sui valori nutrizionali è necessario fare attenzione, perchè se si comunicasse, senza ulteriori informazioni, il solo valore delle calorie, il vino potrebbe risultare penalizzato rispetto alla peggiore bevanda industriale.</span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span>Non siamo d&#8217;accordo con i pittogrammi calorici perché è l&#8217;anticamera all&#8217;indicazione: NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE come per le sigarette.</span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span><strong>Conclusioni</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span>Il problema è a monte nella categoria merceologica VINO che è troppo generica, comprendendo sia il VINO&#8221; industriale&#8221; che il VINO &#8220;artigianale&#8221; che utilizza metodologie di produzione sostenibili rifiutando l&#8217;utilizzo di sostanze esogene al processo di vinificazione e produzione non di origine naturale(con la sola eccezione di bassi dosaggi di anidride solforosa).Quindi si palesa la necessità di discriminare all&#8217;interno della categoria merceologica Vino, la bevanda industriale  convenzionale,  e il VINO come prodotto agricolo,tradizionale ed ecocompatibile originato dalla fermentazione delle uve. Chi acquista i nostri vini acquista il territorio, la storia, la cultura e la poesia. Non possiamo far passare l&#8217;idea che il vino sia un prodotto da consumarsi inconsapevolmente come qualsiasi altra bevanda da scaffale.  Ogni giorno di più emerge la seguente domanda: si vuole continuare a far vivere l’agricoltura contadina/familiare/di piccola scala che è sinonimo di cultura, tutela ambientale, salute, paesaggio rurale, storia, oppure la logica che governa tutto è solo quella dei numeri, in cui ha un valore solamente la somma totale di bottiglie prodotte e propone norme e regolamenti favorevoli solo alla grande industria ed al commercio internazionale?</span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span>Contadinicritici/Vignaioliuniti  20 marzo 2017</span></span></p>
<p><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;, serif;"><span>Per info: contadini critici@inventati.org</span></span></p>
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		<title>Guru, enoqualunquisti e cazzari.</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Mar 2017 15:17:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il vespaio]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo spunto per scrivere queste poche righe me lo ha dato un episodio di qualche giorno fa, quando mi sono trovato coinvolto in una polemica-flash con una Guru dell’assaggio, uno di quei personaggi appartenenti alla Sacra Casta del Pensiero Unico del Vino. Ho tagliato corto non certo perché non ami la polemica, quando ha fondamenta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2017/03/naked-seo-guru1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3012" title="naked-seo-guru" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2017/03/naked-seo-guru1.jpg" alt="" width="448" height="299" /></a></p>
<p>Lo spunto per scrivere queste poche righe me lo ha dato un episodio di qualche giorno fa, quando mi sono trovato coinvolto in una polemica-flash con una Guru dell’assaggio, uno di quei personaggi appartenenti alla Sacra Casta del Pensiero Unico del Vino. Ho tagliato corto non certo perché non ami la polemica, quando ha fondamenta intelligenti, ma perché ad un certo punto ho avuto la sensazione di agitarmi nel buio di una scatola vuota.<span id="more-2996"></span> L’articolo pubblicato da una famosa testata web e la ridda di commenti, la maggior parte dei quali osannanti fino al parossismo, sono stati comunque per me un utile momento di riflessione e approfondimento. L’oggetto del contendere era l’elenco di una ventina di nomi i quali, a detta della Guru, sarebbero i riferimenti assoluti dell’arte dell’assaggio nazionale (alcuni, solo alcuni, lo sono per davvero) mentre un’altra parte del pezzo era impostata su un malriuscito tentativo di satira nel quale, facendo di tutta l’erba un fascio, venivano messi alla gogna tutti coloro che si sono macchiati del peccato mortale di schierarsi con una certa idea di fare e bere il vino. Che l’ambiente del cosiddetto “naturale” sia in piena fase degenerativa è un dato di fatto ahimè indiscutibile: non siamo riusciti a non far diventare modaiolo un fenomeno che tutto avrebbe dovuto essere fuorchè trendy. Eppure, scomodando il vecchio Vladimir Ilic, quella  malattia infantile del consumatore di vino, che è il provincialismo,  è riuscita nell’impresa. Ma,  tornando all’articolo, l’autrice individua come problema, non l’enorme massa acritica di bevitori compulsivi di etichette più o meno blasonate, ma quel piccolo granello di sabbia nel Sahara del mondo del consumo di vino, che sono gli amanti dei vini artigianali. La caricatura del “naturalista” costi quel che costi, in un altro contesto, sarebbe potuta essere anche divertente ma c’è da chiedersi come la Sacerdotessa possa fingere di ignorare che, avendone tempo e voglia, se si vogliono trovare macchiette e personaggi ridicoli, è proprio dal mondo dei cultori del convenzionale che si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Basterebbe farsi un giretto di mezz’ora per i Social e scoprire il florilegio di selfie con brunellibarolipergolesassikaie con prezzi da portafoglio di sultano. Una volta la massima espressione del machismo più caprone, era il vantarsi delle misure di quella parte maschile che non vede mai il sole; oggi  è tutto cambiato: l’esibizione fallica ha forma di bottiglia da 500 euro minimo e possibilmente documentata da video feisbuc, di seratona nel wine-bar alla moda con “bella gente come noi.” Se poi hai da vantare verticali di Romanèe Conti o Petrus o Pergole Torte, allora puoi dire che il Rocco Siffredi di inizio carriera ti fa un baffo! Il vero problema è la grande confusione che regna in materia. Il vino è sempre più specchio e metafora della nostra società malata e l’ENOQUALUNQUISMO ne è l’espressione più tangibile e odiosa. Mettere sullo stesso piano i due mondi, quello del convenzionale e dell’organico, utilizzando come parametro la capacità di un vino di “muovere il mercato”, oltre che abberrante è completamente privo di senso. Una delle frasi più ricorrenti, nelle conversazioni con l’enoqualunquista medio, è : “ci deve essere spazio e mercato per entrambe le espressioni visto che poi sarà il consumatore a scegliere”. Capito? Tutto facile: il mercato ha il sacro dovere di ospitare vini avvelenati e prodotti devastando gli ecosistemi insieme a quelli che invece, rischiando insieme culo e vendemmie, producono bottiglie con l’occhio a quei dettagli marginali e insignificanti che si chiamano Etica e Rispetto dell’Ambiente e della Salute di Chi Berrà. Perchè non mi capita mai di leggere un qualcosa che, provando ad andare oltre una descrizione organolettica più o meno ben scritta, provi a spiegare al lettore profano che, chi fa vini fuori dal coro, è quasi sempre animato da una visione della vita e del mondo che non può avere il mercato e il profitto come primi pensieri? E poi c’è il tormentone delle PUZZE. E’ vero che vino naturale non è automaticamente sinonimo di vino buono e sano: solo un demente potrebbe azzardare una simile teoria. E’ altrettanto vero che non è difficile imbattersi in cioffeche improponibili, prodotte da viticoltori della domenica che hanno fiutato il trend da cavalcare. Ma un pizzico di onestà intellettuale, per chi la possiede, vorrebbe che fosse più chiaro e diffuso un concetto: il vino naturale o organico o artigianale, o chiamatelo come vi pare, non può essere degustato con i parametri canonici della ortodossia sommelieristica. Assolutamente paradossale degustare un bicchiere che contiene il frutto di un lavoro, per esempio, di provenienza biodinamica, totalmente privo di qualsiasi additivo di cantina, utilizzando lo stesso approccio che il degustatore professionista adotterebbe davanti ad un, che so!, Gewurtztraminer atesino di forte impatto enologico. Oltre che cambiare completamente atteggiamento e modo di accostarsi a certi vini occorre prendere atto, e questo è il vero busillis, che si tratta di prodotti che non sopportano la fretta e le nevrosi di chi è abituato ad aprire una bottiglia di vino finto che, in quanto tale, può tracannare in mezz’ora. Le cosiddette puzze sono, nella stragrande maggioranza dei casi,  disturbo passeggero legato alla vitalità del vino e all’assenza di protezioni sintetiche e che, sempre nella maggior parte delle bottiglie, tendono a volatilizzarsi in tempi più o meno ragionevoli. Pertanto amici detrattori, fermo restando che ognuno la pensa come gli pare e beve quello che crede, visto che non ce lo prescrive il medico di bere “pulito” , cercate perlomeno di informarvi, sentire tutte le posizioni e provare ad uscire dalle gabbie degli accademismi e delle prediche dei Guru poco disinteressati. Meglio un vino con qualche piccolo “difetto”, che un finto grande vino fatto da enologi che devono portare a casa il risultato costi quel che costi.</p>
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		<title>nuove considerazioni sulla sensazione di appagamento nel vino e nei distillati</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2016 08:23:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il vespaio]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho già affermato più volte, provocando autocombustioni di molte code di paglia, che  nel mondo dell’ Assaggio Professionale si rende necessario e urgente un cambio di rotta rivoluzionario. Una svolta epocale che consenta di ripristinare i collegamenti ad una realtà, quella del mondo del vino e del beverage, che cambia a velocità folle e senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/05/appagamento4.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2901" title="appagamento4" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/05/appagamento4.jpg" alt="" width="449" height="249" /></a></p>
<p>Ho già affermato più volte, provocando autocombustioni di molte code di paglia, che  nel mondo dell’ Assaggio Professionale si rende necessario e urgente un cambio di rotta rivoluzionario. Una svolta epocale che consenta di ripristinare i collegamenti ad una realtà, quella del mondo del vino e del beverage, che cambia a velocità folle e senza le adeguate chiavi di lettura.<span id="more-2900"></span> Il delirio autoreferenziale che regna sovrano insieme ad atteggiamenti in molti casi vicini al macchiettismo,  oltre a fare tanto male al vino e  a chi ci lavora con serietà e passione,  rende tutto terribilmente provinciale e decadente. Mi viene in mente, tra i tanti paradossi,  l’uso patologico della ricerca compulsiva  del maggior numero possibile di profumi in un vino o in un distillato. Se durante una serie interminabile di olfazioni  non hai messo insieme almeno una decina di profumi, il più “strani” possibile, sei uno sfigato che non può essere accettato in società. E guai se non riconosci il passion fruit o il mango martinicano in uno di quei terribili vermentini di Gallura (o Gewurtztraminer o Fiano o quello che vi pare), gonfiati di esotismo da lieviti selezionati nella penombra di oscuri laboratori francesi  (alla faccia del territorio!).  Per non parlare dei momenti da Circo  dove certi assaggiatori si esibiscono nel riconoscimento, in assaggio cieco, di annate e melanges di vitigni. Che qualcuno mi spieghi a cosa servono queste prove muscolari di abilità, dal punto di vista professionale. Mi piacerebbe riproporre nelle schede di degustazione delle varie organizzazioni, un nuovo elemento di chiusura del cerchio. La valutazione dell’APPAGAMENTO.  Chiediamoci cosa ci dovrebbe regalare un buon bicchiere di vino se non una generale sensazione di benessere fisico e mentale e, appunto, un forte e deciso senso di appagamento.  Ho parlato di riproporre perché scrissi dell’APPAGAMENTO in un mio articolo apparso sul Blog Taribari il 30 Gennaio del 2008. Mi perdonerete se mi autocito : <strong><em> “…La valutazione dell’appagamento è un parametro di valutazione organolettica di mia invenzione e, essendo una ricercata esaltazione della soggettività dell’assaggio, è assolutamente e volutamente priva di criteri scientifici e accademici. L’appagamento dato da un cibo o da un vino, nella mia applicazione, è quell’insieme di sensazioni di benessere fisico e mentale conseguenti all’assaggio e capaci di scatenare ulteriori reazioni emotive. Un punteggio di appagamento alto non sempre va di pari passo con dei buoni risultati di un metodo di degustazione ufficiale: per assurdo posso riconoscere la perfezione enologica di un grande vino tramite dei criteri accademici classici ma non necessariamente riconoscere a quel vino un alto punteggio di Appagamento; viceversa un vino benfatto ma umile e senza fronzoli potrebbe ritrovarsi con una valutazione di Appagamento più alta. Questo perché, nelle mie intenzioni, l’obbiettivo è quello di creare un vero e proprio parametro di misurazione delle emozioni del vino che è una grande carenza di tutti gli altri metodi in circolazione. Perciò, lettori e produttori, non date grande importanza all’aspetto quantitativo dei miei giudizi ma, se posso permettermi di suggerire, imparate a usarlo anche voi creandovi dei parametri personali: scoprirete insospettabili frontiere del gusto e della soddisfazione in un bicchiere di vino o in un cibo ben preparato… “.</em></strong> Mi piacerebbe discuterne con le persone di buona volontà che hanno voglia di togliere un po’ di muffa e qualche ragnatela dalle pareti di Mondovino.  Sempre a disposizione.</p>
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		<title>SMOKING E MUTANDE SPORCHE ( E LA TALEBANERIA)</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2016 09:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
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		<description><![CDATA[PER CHIARIRE E CHIUDERE DEFINITIVAMENTE (O ANCHE NO) LA POLEMICA SUL CONFORMISMO DEL MONDO DELL&#8217;ENOGASTRONOMIA. Vorrei, anzi devo, tornare sul famigerato articolo &#8220;Sommelier, declino o rinascita&#8221;, che tanto scalpore e reazioni scomposte ha provocato. Lo scrivo facendo un bel respirone e provando a capire se sono io che non mi so spiegare o se certa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/02/kmart-spot-370x2611.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2832" title="kmart-spot-370x261" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/02/kmart-spot-370x2611.jpg" alt="" width="450" height="162" /></a></p>
<p><strong>PER CHIARIRE E CHIUDERE DEFINITIVAMENTE (O ANCHE NO) LA POLEMICA SUL CONFORMISMO DEL MONDO DELL&#8217;ENOGASTRONOMIA. </strong></p>
<p>Vorrei, anzi devo, tornare sul famigerato articolo &#8220;Sommelier, declino o rinascita&#8221;, che tanto scalpore e reazioni scomposte ha provocato. Lo scrivo facendo un bel respirone e provando a capire se sono io che non mi so spiegare o se certa ottusità dilagante, annebbia le menti a tal punto da provocare manie di persecuzione. <span id="more-2829"></span></p>
<p>- non si è mai trattato di un attacco ad un&#8217;associazione in particolare delle 5/6 esistenti &#8220;sul mercato&#8221;. Direi che non si trattava affatto di un attacco ma semmai di una serie di considerazioni su  un modo di concepire il vino, la sua comunicazione e il rapporto con la realtà, a mio parere obsoleto. Ad ulteriore tranquillità di chi mi pensa anti-qualcuno, preciso che questa mentalità è comune a tutte, proprio tutte, le associazioni.  Io non attacco, non sparo bordate nel vuoto ma semmai provo a dare il mio contributo al miglioramento di una figura professionale che, partendo dal prendersi un po&#8217; meno sul serio, dovrebbe riflettere sul proprio futuro.</p>
<p>- La querelle vino naturale/vino convenzionale non è una questione di tifo calcistico. Non ci stiamo schierando con la Juve o con l&#8217;Inter. Qui si conversa, cari amici, di  questioni di futuro del pianeta. E non si tratta di integralismo religioso: i talebani combattono per una società oscurantista e medievale che puzza di morte: noi siamo per il triofo della vita, pertanto è talebano chi pratica la conservazione ed è chiuso al cambiamento.  Qui si parla dell&#8217;eredità che lasceremo ai nostri figli e nipoti. Si parla di politica e di salute pubblica. Preferisco un tecnico dell&#8217;enogastronomia, qualunque sia il suo ruolo, che mi dice in maniera nuda e cruda: &#8221; Il vino e&#8217; business, il vino è uno dei tanti segmenti di un mercato. Dal vino bisogna fare soldi e per fare soldi la poesia va lasciata da parte&#8221;. Questa filosofia, per quel che mi riguarda aberrante, la preferisco mille volte a certi discorsi farisei del tipo: &#8220;C&#8217;è spazio per entrambe le tendenze. E&#8217; giusto che il consumatore possa scegliere fra tante opzioni&#8221;.  Questa tesi potrebbe andare quasi bene se al consumatore fosse data la possibilità di conoscere tutti gli ingredienti contenuti in una bottiglia di vino.  Chiedetevi amici sommeliers, enotecari, ristoratori perché, quando si parla di una nuova legge che obblighi a dichiarare il contenuto del vino in etichetta, tutti continuano a fare i sordi se non, spesso, diventare isterici? Che  sia forse arrivato il momento di smetterla di far roteare i bicchieri nel nulla, cimentandosi in ridicole gare alla ricerca di profumi finti, per impegnarsi finalmente in una battaglia perché il vino torni ad essere veramente veicolo di storia, identità e salute? Il mondo dell’enogastronomia è ancora troppo pieno di persone che vanno in giro con lo smoking dimenticando di cambiarsi le mutande  (trattasi naturalmente di metafora…  meglio precisare!)</p>
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		<title>SOMMELIER, DECLINO O RINASCITA</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2016 16:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Essere Sommelier in questi anni di crisi e cambiamenti repentini, costringe i portatori sani di buon senso  a porsi tutta una serie di domande  per andare oltre gli steccati di accademismi ammuffiti e ormai sempre più lontani dalla realtà. D&#8217;altronde l&#8217;esistenza, in territorio italiano, di ben cinque associazioni di assaggiatori di vini e distillati, altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/97090469.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2785" title="97090469" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/97090469.jpg" alt="" width="448" height="106" /></a></div>
<div><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/corso-sommelier-13.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2786" title="corso-sommelier-13" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/corso-sommelier-13.jpg" alt="" width="450" height="109" /></a></div>
<div><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/images-1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2787" title="images (1)" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/images-1.jpg" alt="" width="451" height="106" /></a></div>
<div><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/images-2.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2788" title="images (2)" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/images-2.jpg" alt="" width="451" height="115" /></a><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/images.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2789" title="images" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2016/01/images.jpg" alt="" width="451" height="103" /></a></div>
<div>Essere Sommelier in questi anni di crisi e cambiamenti repentini, costringe i portatori sani di buon senso  a porsi tutta una serie di domande  per andare oltre gli steccati di accademismi ammuffiti e ormai sempre più lontani dalla realtà. D&#8217;altronde l&#8217;esistenza, in territorio italiano, di ben cinque associazioni di assaggiatori di vini e distillati, altro non è che il sintomo manifesto di una patologia che annuncia l&#8217;irreversibile declino della figura del sommelier per come è stata a tutt&#8217;oggi concepita.<span id="more-2784"></span> Quello che le dirigenze e le menti pensanti di molte delle associazioni di sommellerie parrebbero ignorare è, da una parte, che il mondo cambia e insieme al mondo il modo di fare vino, dall&#8217;altra che la mercificazione della qualifica professionale, svenduta negli anni un tanto a chilo, ha prodotto un esercito di debuttanti che si aggirano per il globo fregiandosi di un titolo che una volta era motivo di orgoglio e oggi, per molti di noi della vecchia guardia, la tendenza a tenerlo quasi nascosto. I sommeliers di primo pelo ( che spesso lo restano a vita) che visitano  enoteche e ristoranti con aria sussiegosa, incolpevoli e ignari del fatto che non si diventa tecnici dell&#8217;assaggio con due o tre corsi, sono solo uno dei tanti emblemi della decadenza culturale di questo settore. Oggi, rispetto a vent’anni fa,  diventare sommelier qualificato è quanto di più facile esista. Con costi variabili da regione a regione ma con offerte formative molto simili, le varie Associazioni mettono in condizioni l’aspirante sommelier di arrivare in tempi brevissimi al traguardo della qualifica. Solo un’ associazione prevede un anno post-diploma di affiancamento ad un tutor ma forse è ancora troppo poco. Se può essere utile alla comprensione, chi scrive ha iniziato il suo percorso in Ais nel lontano 1988 e passando attraverso una interminabile serie di  durissimi esami. Questo succedeva fino ai primi anni duemila quando arrivare ad essere sommelier professionista non era esattamente una passeggiata. Bene, oggi credo di poter affermare, dopo ventotto lunghi anni e dopo aver fatto il sommelier per mestiere e in prima linea, di sentirmi ancora ben lontano dall’essere un assaggiatore completo. Ma evidentemente non tutti la pensano come il sottoscritto e il mondo della sommellerie, e della ristorazione in genere, naviga a vista in evidente stato confusionale. C’è da dire che l’aspetto di una preparazione insufficiente, dovuta ad una didattica da rivedere di sana pianta e alla rapidità nel sentirsi cucita addosso la medaglia di sommelier, non sarebbe il problema principale. Il vero dilemma è l’assoluta cecità nei confronti di una realtà planetaria che vede l’agricoltura intensiva, dalla quale provengono la stragrande maggioranza delle bottiglie di vino,  tra le maggiori responsabili del disastro ambientale su scala mondiale. Se ci fosse un minimo di volontà di aprire gli occhi e osservare criticamente la realtà, ognuno di noi avrebbe oggi a disposizione mezzi di informazione per venire a conoscenza che anche la salubrità del vino, e di ciò che proviene dalla terra in genere, è da almeno sessant’anni sacrificata sull’altare del businnes e in totale spregio verso la vita degli essere umani. La postura dello struzzo di una grande parte del mondo del vino (e della ristorazione) consente di non far caso ad una legislazione criminale che consente l’utilizzo di centinaia di veleni in fase di allevamento della vite e durante la trasformazione in cantina. A volte parlando con molti colleghi rimango allibito davanti al loro ignorare che dentro un vino, spesso anche griffato e costoso, puoi trovare senza saperlo, in ordine sparso: vitamina C aggiunta, anidride solforosa, tannini enologici,  bentoniti, enzimi, lieviti selezionati ogm, coadiuvanti azotati, regolatori della fermentazione, acidi tartarico,citrico e ascorbico aggiunti, batteri lattici, gomma arabica, tiamine, segatura di legni aromatici per creare l’effetto barrique e potrei continuare. Come scrive il vignaiolo marchigiano Corrado Dottori nel suo bellissimo “Non è il vino dell’enologo”:  “…. Lo scopo di ogni protocollo di vinificazione è avere tutto sotto controllo. Normalizzare le migliaia di sostanze presenti nel mosto, responsabili di una complessa microbiologia, selezionare ciò che serve, aggiungere ciò che manca. In breve: eliminare la paura, il rischio, l’incertezza. Che poi è lo specchio del nostro tempo, delle nostre società. Ricondurre tutto a norma. Controllare ogni dinamica. Sorvegliare ogni elemento. Anche l’aspetto dionisiaco di un processo come la fermentazione alcoolica, tumultuoso e selvaggio per definizione….”. Nei panel di degustazione ci trova spesso davanti a situazioni che definire paradossali è un complimento. Se un viticultore, per esempio,  per sua libera scelta decide di produrre un bianco organico con macerazioni più o meno lunghe sulle bucce e senza filtrazioni, è molto facile che si presenti con un vino più o meno velato o quantomeno non limpido. Quel produttore, prima ancora che il vino venga sottoposto all’esame del naso e del palato, rischia di vedere il proprio vino penalizzato dal responso di giudici ingabbiati in schemi e parametri fuori dal tempo e dalla logica. Tutto questo perché nei programmi didattici di tutte le associazioni manca quella materia che dovrebbe essere, insieme ad una nuova idea di tecnica della degustazione, la più importante: ECOLOGIA ED EDUCAZIONE AMBIENTALE. Mi chiedo spesso quanti sommeliers, che assumono posture mistiche e sognanti davanti ad un bicchiere di Champagne, sanno che quel celebrato territorio è tra i più devastati al mondo dai trattamenti chimici di una viticoltura irresponsabile e che solo negli ultimi anni una pattuglia di piccoli vignerons, sensibili alla catastrofe ambientale, ha iniziato un encomiabile lavoro di bonifica e di riconversione qualitativa. Questa miscela esplosiva di affarismo cinico e provincialismo squisitamente italiano, ha portato il vino ad uno stadio di omologazione e di appiattimento del gusto dovuto anche a delle didattiche che non consentono all’assaggiatore, professionista o neofita, di entrare nell’anima di quella tale bottiglia e di riconoscerne l’autenticità o la finzione. E’ avvilente assistere a degustazioni monotematiche, su un tale vitigno di un tale terroir,  dove ti trovi ad assaggiare  anche trenta campioni di altrettanti produttori e osservare come chi degusta non si accorge, o finge, di avere a che fare con vini che sono la fotocopia uno dell’altro.Eppure sarebbe così bello vedere le associazioni unirsi almeno per una battaglia importante come quella dell&#8217;obbligo di dichiarare gli ingredienti del vino in etichetta. Ma d&#8217;altronde perchè molestare il potere  che ci permette di vivacchiare e promuovere per il mondo vini spersonalizzati e senza più storia? Il bivio è là davanti agli occhi di tutti: essere complici del disastro, tacendo e non denunciando la grande truffa dell’agricoltura intensiva o ribellarsi ed aiutare quei produttori, per fortuna sempre più numerosi, che scegliendo di non arricchirsi hanno intrapreso strade di sostenibilità, di valorizzazione del terroir e di cura verso la salute dei propri clienti.</div>
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		<title>XLIX Superbowl: spot Budweiser ridicolizza il mondo delle birre artigianali</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Feb 2015 10:37:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Piredda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il vespaio]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Spot Budweiser XLIX Superbowl E’ fin troppo banale e scontato definire il mondo della birra come un pianeta spaccato di netto in due emisferi: quello industriale e quello artigianale. Ed è altrettanto chiaro che questo tipo di concetto può essere attribuito a qualsiasi prodotto in qualsiasi contesto, ovviamente non solo alimentare. Ma il caso della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=siHU_9ec94c">Spot Budweiser XLIX Superbowl</a></p>
<p style="text-align: justify;">E’ fin troppo banale e scontato definire il mondo della birra come un pianeta spaccato di netto in due emisferi: quello industriale e quello artigianale. Ed è altrettanto chiaro che questo tipo di concetto può essere attribuito a qualsiasi prodotto in qualsiasi contesto, ovviamente non solo alimentare. Ma il caso della birra, in questo, è del tutto speciale.<span id="more-2519"></span> Perché, in particolare in Europa, la costante e inesorabile crescita del mercato delle cosiddette “craft beer”, non ha minimamente intaccato negli anni il ruolino di marcia del peroncino da discount, che continua ad andare alla stessa velocità di sempre (cioè fortissimo) e ad avere un suo mercato ben definito e fidelizzato. Inoltre gli elevati costi di produzione, l’insensata pressione fiscale e gli aumenti dei costi di trasporto (decisamente difficili da abbattere quando si spostano pedane anziché bilici), non fanno altro che acuire le differenze di prezzo e di fruibilità. Tutto ciò viene clamorosamente a decadere negli U.S.A., in cui, quella che sta esplodendo da 20 anni a questa parte, è una vera e propria rivoluzione del mercato della birra che sta creando all’industria dei serissimi problemi. Quando colossi come “Anheuser Busch”, detentore, fra i tanti, dei marchi “Budweiser” e “Corona”, nonché primissimo colosso multinazionale birraio a mondo, decide di sfruttare uno degli eventi dell’anno più attesi in assoluto nel mondo a stelle e strisce, ovvero il XLIX Superbowl, per lanciare uno spot da mandare in onda nelle pause di gioco in cui si ridicolizza il mondo delle craft beer, allora è chiaro che il sale sulla ferita comincia a dolere e non poco. Se a questo aggiungiamo che il Superbowl è l’evento i cui spazi pubblicitari hanno il prezzo di acquisto più oneroso rispetto a qualsiasi altra cosa trasmessa in televisione in U.S.A., e che quindi la multinazionale in questione ha fatto un investimento enorme nel tentativo di far passare il messaggio che la birra Budweiser non è certo una bevanda per “degustatori nerd”, è chiaro che il mio sadico gusto per la sofferenza del mondo industriale è solleticato a livelli inesplorati. Nel 2008 la “Anheuser Busch” ha dato vita alla fusione con la multinazionale belga INBEV (Stella Artois, Leffe, Tennents, Labatt, Beck’s…). L’operazione ha portato dei benefici enormi al gruppo ma non è arrivata per caso. Dalla metà degli anni ’90 infatti, la crescente apertura di birrifici di grande qualità ha riempito il mercato statunitense di una quantità e una variegatura di etichette davvero impressionante, con una inevitabile tendenza anche del settore dei pubs a voltare pagina e giocare la carta della qualità da proporre ai loro clienti. E’ chiaro che tutto ciò ha determinato nel corso degli anni una crescita esponenziale dell’utenza di questo nuovo mercato e ha pian piano impedito a gruppi come “Anheuser Busch” di registrare i consueti aumenti vertiginosi di fatturato che prima dell’ondata delle craft beer salivano impetuosi di anno in anno. Insomma, quello dell’unione con INBEV è apparso ai più un tentativo di tamponare una flessione piuttosto che un libero investimento mirato alla crescita. Il filmato incriminato, di cui per la verità in Italia si parla pochissimo, ha scosso non poco tutto l’ambiente brassicolo. La beer firm danese “Mikkeller” è quella che ha manifestato la più forte indignazione, rispondendo in maniera sintetica e per nulla diplomatica con questa immagine creata dallo stesso illustratore che cura le etichette aziendali:<!--more--></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/02/risposta-mikkeller.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2520" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2015/02/risposta-mikkeller-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a><!--more--></p>
<p style="text-align: justify;">Fra le reazioni più significative cito quella del birrificio “Firestone Walker” di Paso Robles, California, il quale ha optato per una risposta molto più diplomatica ma parimente risentita, rivoltando il senso negativo attribuito alle birre artigianali e accentuando la sua nobiltà d’essere rispetto alla trascurabile natura dei prodotti scientificamente studiati per il consumismo di massa. Ad ogni buon conto, secondo la mia opinione, quella lanciata da Anheuser Busch con la sua pubblicità non deve in alcun modo essere recepita dal mondo degli appassionati della Birra con la “B” maiuscola come una delegittimazione offensiva o come un volgare e scorretto affondo contro la concorrenza. Al contrario, già solo il fatto che si sia verificata prova incontestabilmente che negli U.S.A. artigianato e industria, nella birra, sono concorrenti, e che il primo, Davide, è arrivato a insidiare il secondo, Golia. E’ un prezioso riconoscimento della forza d’urto che per una volta nel Nuovo Continente il “buono” sta riuscendo ad avere sul “tanto e dozzinale”. L’industria trema, esce allo scoperto, e si comporta come un cane che abbaia per non far vedere che ha paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è fantastico?<!--more--></p>
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		<title>Cosette di provincia</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Oct 2013 14:44:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Careddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il vespaio]]></category>

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		<description><![CDATA[Succede che uno che ama la terra, i suoi frutti, il suo vino decide con spirito di sacrificio di fare qualcosa in un territorio dove si fa molto poco e quasi tutto col denaro pubblico. Allora succede che con le proprie forze e tanto entusiasmo, ma già sapendo che se ne pentirà, tira su in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2013/10/un-borghese-piccolo-piccolo3.jpg" mce_href="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2013/10/un-borghese-piccolo-piccolo3.jpg"><img width="450" height="308" title="un-borghese-piccolo-piccolo" class="alignnone size-full wp-image-1990" alt="" src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2013/10/un-borghese-piccolo-piccolo3.jpg" mce_src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2013/10/un-borghese-piccolo-piccolo3.jpg"></a><br />
Succede che uno che ama la terra, i suoi frutti, il suo vino decide con spirito di sacrificio di fare qualcosa in un territorio dove si fa molto poco e quasi tutto col denaro pubblico.  Allora  succede che con le proprie forze  e tanto entusiasmo, ma già sapendo che se ne pentirà,  tira su in due mesi un evento come non ne sono mai stati fatti: un incontro tra produttori di vermentino e il pubblico degli appassionati che non sono tanti ma neanche pochi. Succede che decide di dargli un taglio popolare, vero, sincero, senza patinature: una festa del vino senza farla sembrare troppo sagra ma neanche una ridicola fotocopia della Megafiera di Stogazzo! </p>
<p>Succede che i produttori aderiscono in tanti anche perché la quota di adesione è poco più che simbolica e hanno a disposizione spazio, pubblicità, visibilità sulla stampa, accoglienza, assistenza, musica dal vivo: da fare salti di gioia e ringraziare. Succede che la festa va bene e che l’afflusso è oltre le aspettative. Succede che tutto scorre apparentemente liscio come l’olio e che la serata finisce con tante donne e uomini che vanno via brilli, felici e convinti di aver ben speso i soldi dell’ingresso. Succede che qualche produttore si aspettava di più: con poche bottiglie di vino pensava di trovarsi uno stand privato da 40 mq, una hostess strafiga con autoreggenti a vista e dei bicchieri Riedel da Barolo . Succede che qualcun altro azzarda paragoni con fiere e festival fatti in altre parti d’Italia con contributi provenienti dal sottobosco della politica e clientele varie. Succede che forse questo povero e sempre meno entusiasta organizzatore non è adatto a convivere con un mondo, quello del vino in Sardegna, che salvo qualche ottima eccezione è fatto di provincialismo e di scimmiottamenti di altre regioni.  Succede che il provincialismo nasce dall’ignoranza e che l’ignoranza è un nemico difficilissimo da combattere e che il povero organizzatore ex-entusiasta si rompe le balle e lascia i suoi interlocutori esterofili e modaioli a cuocere nel brodo della loro insipienza e ai loro magazzini pieni di vino invenduto grazie alla fantastica lungimiranza.</p>
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		<title>DA CITTADINI A CONSUMATORI</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 09:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zenzero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il vespaio]]></category>

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		<description><![CDATA[IL RITORNO DI QUEL MALEDUCATO DI ZENZERO e DEL SUO VESPAIO (Zenzero è lo pseudonimo che qualcuno di noi usa di tanto in tanto per scrivere cose più cattive del solito sul VESPAIO, la rubrica polemica che dormiva da fin troppo tempo). Per capire quanto ci siamo rincoglioniti basterebbe fermarsi un attimo a osservarci, in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2011/01/1.jpg" alt="1.jpg" /></strong></p>
<p><strong>IL RITORNO DI QUEL MALEDUCATO DI ZENZERO e DEL SUO VESPAIO</strong><strong> (Zenzero è lo pseudonimo che qualcuno di noi usa di tanto in tanto per scrivere cose più cattive del solito sul VESPAIO, la rubrica polemica che dormiva da fin troppo tempo).</strong></p>
<p>Per capire quanto ci siamo rincoglioniti basterebbe fermarsi un attimo a osservarci, in questi giorni di caduta dell’impero,  nella nostra totale incapacità di indignarci, di reagire, di pensare.  Ma questa è solo la rappresenntazione più fresca ed eclatante della decadenza del mondo civilizzato, del fallimento di un’idea di società al servizio del mercato.<span id="more-1080"></span>Diceva Josè Saramago: &#8220;<em>L&#8217;UNIONE EUROPEA, HO DETTO SPESSO, TERRÀ IN POCHISSIMO CONTO I RAPPORTI DI POTERE FRA I DIVERSI PAESI CHE LA COMPONGONO. CI SARANNO PAESI FORTI E PAESI DEBOLI CHE DOVRANNO OBBEDIRE. IN EUROPA SI STA CONSOLIDANDO UN POTERE CHE RIDUCE I CITTADINI A CONSUMATORI. IN UNA CORNICE MONDIALE CHE, TRA L&#8217;INDIFFERENZA GENERALE, STA DISTRUGGENDO SISTEMATICAMENTE VOLONTÀ, IDEOLOGIE, COSCIENZE&#8221;.</em> Saramago non era altro che un grande scrittore che azzeccava facili profezie: ed eccoci qua tutti uguali e moderati. La moderazione. Dobbiamo essere moderati in politica, bere moderatamente, fumare moderatamente, smettere di fumare con moderazione, scopare moderatamente, parlare e pensare moderati. L&#8217;unica cosa che siamo incoraggiati a fare con convulsa frenesia è Consumare. In fretta e senza soluzione di continuità, non si sa mai ci sia il tempo di soffermarci a pensare che, mentre ogni giorno buttiamo via tonnellate di cibo che non riusciamo a mangiare, tre quarti di mondo vive l&#8217;emozionante esperienza della fame. Fame quella vera che ti fa morire. Ma meglio non fermarsi, meglio continuare a mangiare merda, bere merda, respirare merda, vestire merda, guardare merda, applaudire merda. Non basta deridere l&#8217;Imperatore. Noi tutti, chi più chi meno, siamo suoi figli. L&#8217;imperatore stesso è prodotto e figlio di un progetto che nasce in tempi lontani. L&#8217;unica speranza di salvezza è iniziare a guardarci dentro e realizzare che lo sfascio e la decadenza parte da ognuno di noi.</p>
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		<title>Preghiera alla mediocrità</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 20:50:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zenzero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il vespaio]]></category>

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		<description><![CDATA[Dio salvi i vini vanigliati, tutti perfetti e uguali Dio salvi gli enologi di grido che progettano i vini come un ponte sullo stretto Dio salvi gli enologi di grido e le loro parcelle che non sono porzioni di vigna Dio salvi il sirah e il merlot e lo chardonnay che fanno i vini buoni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2008/10/nomedellarosa4.jpg" alt="nomedellarosa4.jpg" /></p>
<p>Dio salvi i vini vanigliati, tutti perfetti e uguali</p>
<p>Dio salvi gli enologi di grido che progettano i vini come un ponte sullo stretto</p>
<p>Dio salvi gli enologi di grido e le loro parcelle che non sono porzioni di vigna</p>
<p>Dio salvi il sirah e il merlot e lo chardonnay che fanno i vini buoni in ogni dove</p>
<p>Dio salvi il rovere e il concentratore e il batonnage e il dressage e il moulin rouge<span id="more-299"></span></p>
<p>Dio salvi le autobotti refrigerate</p>
<p>Dio salvi il boisèe, il fashion, l&#8217;easy, lo sparkling, lo smoky, il cooler, il foie gras</p>
<p>Dio salvi quelli che bevono lo champagne in discoteca</p>
<p>Dio salvi quelli &#8220;io bevo solo rosso e con tutto&#8221;</p>
<p>Dio salvi il barolo nel seau a glace bello ghiacciato</p>
<p>Dio salvi la fiorentina ben cotta</p>
<p>Dio salvi i pesci d&#8217;allevamento</p>
<p>Dio salvi i ristoranti trendy</p>
<p>Dio salvi il sushi, il sashimi, la tempura, la carne kobe e la cucina fusion</p>
<p>Dio salvi l&#8217;aragosta alla catalana con tante cipolle</p>
<p>Dio salvi i porcetti danesi di molti nostri agriturismo</p>
<p>Dio salvi gli agriturismo e i salumi, formaggi, sottoli rigorosamente industriali</p>
<p>Dio salvi la pizza col filante olandese</p>
<p>Dio salvi le leggi che regolamentano la nostra alimentazione</p>
<p>Dio salvi i mecbonald o mecjonalt o mecfoland</p>
<p>Dio salvi il libero mercato</p>
<p>Dio salvi la borsa di Tokio, il nasdac e la finanza creativa</p>
<p>Dio salvi i cuochi alcolisti</p>
<p>Dio salvi i camerieri maleducati</p>
<p>Dio salvi i ristoratori brillanti e spiritosi costi quel che costi</p>
<p>Dio salvi i gourmet</p>
<p>Dio salvi i giornalisti enogastronomi</p>
<p>Dio salvi gli ispettori delle guide dei ristoranti e dei vini</p>
<p>Dio salvi i sommeliers bravi e preparati</p>
<p>Dio salvi i barman freestyle che non ti sanno fare un negroni</p>
<p>Dio salvi i corsi di degustazione del vino, della birra, dell&#8217;acqua, del miele, del caffè, del</p>
<p>cioccolato, dell&#8217;olio e del tros de paldal</p>
<p>Dio salvi le seadas congelate</p>
<p>Dio salvi le discoteche della costa</p>
<p>Dio salvi gli animatori, le hostess e i pierre</p>
<p>Dio salvi i manager dell&#8217;ospitalità e i loro sorrisi da squalo</p>
<p>Dio salvi il forno a microonde</p>
<p>Dio salvi la mediocrità e la sciatteria che accompagna le nostre quotidianità</p>
<p>Dio salvi Taribari e i suoi scrittori cazzari&#8230;</p>
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		<title>Dalle Guide 2009 manca &#8220;Da GIGI il Troione&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Oct 2008 19:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zenzero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il vespaio]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi non ha visto almeno tre volte Fantozzi, la prima della lunga saga di pellicole sulle disavventure del povero impiegato genovese? Chi non ricorda la citazione di quella trattoriaccia di infimo ordine chiamata &#8220;Da Gigi il Troione&#8221;? Il film, e tutti i tormentoni che hanno accompagnato la mia generazione, mi è venuto in mente mentre assistevo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.taribari.org/taribari/wp-content/uploads/2008/10/fantizzi-canotta.bmp" alt="fantizzi-canotta.bmp" /></p>
<p>Chi non ha visto almeno tre volte Fantozzi, la prima della lunga saga di pellicole sulle disavventure del povero impiegato genovese? Chi non ricorda la citazione di quella trattoriaccia di infimo ordine chiamata &#8220;Da Gigi il Troione&#8221;? Il film, e tutti i tormentoni che hanno accompagnato la mia generazione, mi è venuto in mente mentre assistevo al deprimente rito autunnale dell&#8217;uscita delle guide dei ristoranti. Non mi dilungherò molto su questo argomento anche perchè vendita e lettori di alcune di esse sono in caduta libera e perchè ne abbiamo scritto mesi fa su questo spazio. Solo poche considerazioni: gli svarioni si moltiplicano, le supervalutazioni inspiegabili crescono, le assenze di locali più che dignitosi proliferano. Mancava anche &#8220;Da Gigi il troione&#8221; di fantozziana memoria. Nel marasma di nomi, sentenze, bocciature e allori avrebbe fatto la sua porca figura!</p>
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