COMPLESSITA’ DELLA SOSTANZA E LEGGEREZZA DELLA FORMA: MAC AND THE BEE E FRANCESCO MARIOTTI

9 agosto 2018  |  di Antonio Canu

per Fabrizio

che non ha fatto in tempo  a sentirlo

Rock music you can dance to, electronic music you can headbang to, mind expanding music you can sweat to. Oppure: i New Order di “Blue Monday” in jam con gli Shudder To Think con Martin Gore alla produzione. E ancora: uno dei lavori musicali più eccitanti dell’anno. Potrei scrivere solo questo e la recensione potrebbe, pigramente, finire qui. Ma vorrebbe dire tacere delle mille sfaccettature ed emozioni di un disco tanto pensato quanto suonato e che riesce a tenere insieme lo stimolo della mente ed il ballo del corpo, il puro piacere dell’ascolto e l’illuminazione del godimento intellettuale.

In questo lavoro i Mac and the Bee sono infatti, nel metodo compositivo, come i Radiohead di Ok Computer: vestono della forma canzone – canzoni bellissime con uno spirito pop spiccato e catchy – la sperimentazione, la complessità e la stratificazione sonora e concettuale mostruosa che sono riusciti a creare in questo “One of the Two”, il loro secondo lavoro sulla lunga distanza.

Forse ciò deriva dalla capacità della band di tenere insieme quattro storie musicali ricche e diverse, quattro percorsi che portano con se gli amori musicali di 4 vite: elettronica, prog, soul e dance intelligente, grunge e new metal, post hardcore e post rock, wave e new folk, funky beats, northern soul e dorature Philly. Tutti questi preziosi metalli musicali si fondono magicamente in questo strano crogiolo per poi forgiare, dalla lega che ne deriva, qualcosa di completamente nuovo.

È vero che ci sono, chiari ed espliciti, riferimenti ed influenze. Ma sono, seppur percepibili all’orecchio esperto, perfettamente metabolizzati ed inseriti in un contesto altro e originale. Qualcuno ha colto, ad offuscare il suono, una vena dark. Che sicuramente c’è ma è tutt’altro che un difetto. Non c’è solo buio qui dentro. In questa musica c’è  anzi una luce accecante. A volte fredda e gelida, a volte calda da lampada nel buio, solitaria e introspettiva,  “a limitare la visione di questo mondo squallido” direbbero i 24 Grana. Più che il nero sono altri i colori che prevalgono: il blu, il rosso, talvolta il grigio ghiaccio dei fari che dallo stage puntano sul pubblico disegnando le sagome dei musicisti sul palco.

Dietro quelle sagome danzanti quattro musicisti straordinari.

Antonio “Mac” Maciocco è l’anima musicale del gruppo; ne è il regista o, meglio, lo scenografo: disegna le quinte elettroniche per il suono della band definendone le dinamiche, i timbri, lo spessore. Su queste traccia poi inconfondibili linee electro-rock, costruisce beats – ora groovy, ora affilati e taglienti, ora wave e intelligentemente dance – spennella colte aperture tastieristiche prog. Bzzzizza, disturba, crea e dirige. Daniele Pala è in orbita. Si supera per tecnica, personalità, accenti, stile e creatività ritmica. La sua batteria rimbalza in sincopi dispneiche di incontrollata inventiva. Ogni battuta sembra diversa dall’altra eppure tutto si tiene in essenziale, metronomica, matematica bellezza, come solo lo Stewart Copeland dei primi due dischi dei Police sapeva fare. E il tutto senza che mai il suo viaggio percussivo siderale esca dalla logica e dall’orbita dei brani e più in generale del suono della band. Segno di una ormai solida maturità che non ha più bisogno di esibire. Semplicemente il miglior batterista rock mai prodotto dalla nostra isola e non solo. Bruno Ponchietti avrebbe l’ardito compito di compendiare le astrali ritmiche della batteria. Sceglie di non assecondare gli ipercinetismi del drumming, avvolgendoli invece con un basso olioso, morbido e denso come catrame sciolto. Un basso grasso e cremoso che tiene insieme tutto e fa la differenza più di quanto sembri. Federico “Bee” Pazzona è stato toccato dagli dei. Che schitarri acustico, math o post-rock, che shuddertothinkizzi, che tagli con lame affilate o accarezzi con sublimi velluti melodici è sempre superbamente riconoscibile.  Come la sua voce che ti inganna dolce e angelica, ti cattura nella sua ragnatela pop per poi ferirti, cattiva di satanica e metallica perversione.

Come in “Feel You” che  graffia subito di lame post-metal, perversioni vocali, livido blu di tastiere e tachicardie anfetaminiche di batteria. “Unleashed” riecheggia i migliori Placebo. Stadium rock della miglior specie, da pogo sotto il palco, con un break prog centrale che parla di un gruppo con una cultura e una attitudine musicale fuori dal comune. “Asleep” e “Body Parts” riportano alla mente la meravigliosa indimenticabile stagione indierockdance post balearic seguita alla seconda summer of love tra Beloved, New Order, synth, chitarre rock, funk bianco e dosi massicce di MDMA. “Be Like Them” è un numero drum’n’bass nell’interpretazione originale e autonoma da modelli dei MATB e “I Wish” è il brano più crudele dell’album, quello con l’anima più metal. Mi piacerebbe sentirla coverizzata dai Neurosis o remixata da Burial, if you know what I mean. “Something New” è classe stellare, distillato di pop music per l’anima, melodia pura e marchiata a fuoco dallo stile inconfondibile e inarrivabile di Federico Pazzona e dalle aperture sinfoniche maciocchiane. Lustrini d’oro, tenerezze da amore eterno e  battito del cuore che sarà inevitabilmente infranto.  Adolescenza forever, ma come ce la ricordiamo da adulti, con lo spettro ed il santino dei Cure nell’armadio della cameretta e nell’anima. “Noisy” è il capolavoro del disco che tutto sembra racchiudere e raccontare (and like a rocket from the sky/you punched a hole into my life/and in a minute we grew old/our bodies covered in sweat/but we can still get drunk/ we can eat ourselves to death” e ancora “we had time to decide/we had our chances to choose/we had our chances to change/but we choose to get drunk); i Tool che fanno i Depeche Mode, gocce di tastiera come gocce di sangue che segnano questa lunga caduta verso il gran finale, una lunga, strepitosa e orrorifica coda strumentale che sembra Harvestman prodotto dalla coppia Moore/Ranaldo e che è invece, pare, merito e farina del sacco di Lisandru Sanna, magico evocatore di spiriti e meraviglia scomparsa della eterna ricerca di un altro chitarrismo possibile, in una ospitata che ci auguriamo preannuncio di un suo rumoroso ritorno.

Infine, fondamentale per dei feticisti dei prodotti discografici, una veste grafica strepitosa con al centro una immagine tratta da un’opera del grande Gianni Manunta “Pastorello” che si esalta nella copertina della versione in vinile del disco che pare essa un quadro vero e proprio e che dentro nasconde il nero calore analogico che rende la musica ancora migliore.

In abbinamento con tanta complessità lo straordinario Davitha Rosso 2016 IGT Isola dei Nuraghi del vignaiolo tempiese Francesco Mariotti, scoperta di Taribari che dobbiamo, come quasi tutte, al Maestro Piero Careddu. La specialità di Francesco è un Vermentino vero come ancora raramente se ne trovano, ma per “One of the Two” il giusto complemento è stato il suo Rosso. Nella stellare versione 2016 (è già in giro l’interessate e molto diverso 2017) fatta con l’uva autoctona gallurese della Caricajola con un 10% di uve Pascale, coltivate nella stessa vigna in località Caraddu a Tempio Pausania a circa 500 metri sul livello del mare con rigoroso rispetto della terra, delle viti e dell’uva.

Le fermentazioni avvengono in maniera spontanea con i propri lieviti, il mosto rimane 40 giorni a contatto con le bucce con rimontaggi manuali continui. Il resto della vinificazione avviene in tonneaux da 550 litri dove il vino matura per 12 mesi per poi essere imbottigliato senza filtrazioni dopo un breve passaggio in acciaio e col metabisolfito di potassio (solforosa) come unico componente/ingrediente diverso dall’uva usato in vinificazione in dosi minime.

Il risultato è un vino dal colore rosso granato scarico che flirta con la luce in seducenti, preziose nuance di tramonto. Al naso, ancora chiuso, sentori di cassetto vecchio, viole e rose appassite. Poi si apre ed esplode di piccoli frutti rossi e infine di marmellata di more selvatiche. In bocca prima punge di acidità ancora viva e poi accarezza con tannini di velluto. Bocca pulita dopo ogni sorso e beva vivace ed agile senza perdere in complessità. La Gallura biodinamica inizia a colpire e se il contagio si espande non ce ne sarà per nessuno.

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